STONE CIRCLE – Myth

 
Gruppo: Stone Circle
Titolo:  Myth
Anno: 2010
Provenienza:  Inghilterra
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. The Puzzle
  2. Tempest
  3. The Greatest Lie
  4. A Missing Star
  5. The Sky Has Spoken
  6. Closed Eyes
  7. Grief
DURATA: 01:06:41
 

Al giorno d'oggi quando si parla di death metal e progressione il primo nome che viene in mente a molti è quello degli Opeth, personalmente la ritengo una bestemmia, e di gran portata, visto che lo stesso Akerfeldt deve moltissimo del proprio bagaglio artistico a un  genio come Dan Swanö. Quando la formazione, ora pluriosannata, si cimentava ancora nelle forme più classiche del genere, il produttore e cantante (e chi più ne ha ne metta) aveva già rilasciato dei capolavori di sperimentazione quali "The Spectral Sorrows" e "Purgatory Afterglow", per non parlare del mastodontico "Crimson" e dei dischi con i Pan.Thy.Monium. Comprendo che la gente spesso ignori, tuttavia il merito va assegnato a chi appartiene e non a chi la massa conosce meglio.

Fatto questo (per chi scrive) dovuto preambolo, è impossibile negare che gli Opeth abbiano avuto una portata così influente da creare un proselitismo ampio, ma che non sempre ha fornito dei lavori di pregio. Fra i migliori che io ricordi posso citare i Pressure Points "Remorses To Remember", gli In Mourning di "Shrouded Divine" e molto affine e tali sonorità e a questi chiamati in causa posso aggiungere finalmente un terzo capitolo: "Myth".

La creatura inglese che ha dato i natali al disco è quella degli Stone Circle, il quartetto di Brighton, per quanto presenti un lavoro ancora acerbo e derivativo, possiede vari pregi che hanno avuto la capacità di conquistarmi con l'aumentare degli ascolti.

Il punto più importante riguarda la prestazione dei singoli che strumentalmente ha davvero poco da farsi rimpiangere, hanno colto l'essenza dei lavori fondamentali di questo filone trovando un equilibrio pressochè perfetto fra parti concitate e spazi ampi nei quali le melodie si fondono con il rimando agli anni Settanta, la parola chiave che riflette al meglio il buon operato è: emozione.

Quando si riesce a trasmettere un qualcosa di proprio a un'altra persona si è già realizzata più di metà della fatica, aggiungete che la prova del cantante Joe Ashwin è di qualità ben superiore alla media, sia nell'uso del canto pulito che nelle parti growl inerenti allo stile, e che il batterista Sam Hill è un motore che sa dare la propulsione più adatta ai cambi di umore delle canzoni e avrete un quadro completo e positivo della cosa.

Le sette tracce, tutte di consistente durata, scivolano via piacevoli, le parti più tristemente dolciastre strizzano l'occhio a certe soluzioni Katatonia e quando serve gli Stone Circle sanno mettere di lato il fioretto per sfoderare la sciabola diventando rocciosi ed è così che "The Puzzle", "The Greatest Lie" e "The Sky Has Spoken", quelle che reputo le meglio riuscite, in pratica mezzo disco dato il minutaggio elevato delle tre che supera i trenta minuti, passano con velocità e buon ricordo a seguito.

Il resto dell'album si mantiene su alti livelli, non tutto è perfetto e non si può parlare di capolavoro perché la derivazione dai nomi tirati in causa è sin troppo netta. Per quanto anticipatamente abbia asserito che l'equilibrio sia stato inquadrato a livello di tempi e inserimenti, non è invece lo stesso per le scelte fatte che in alcune occasioni incasinano leggermente il risultato, come avviene in "Closed Eyes", ma tenendo conto del fatto che questi musicisti siano solo al debutto penso che si possa soprassedere, del resto gente che suona da vent'anni ha fatto uscire dei sottobicchieri notevoli pur avendo a disposizione grandi mezzi, tempi dilatati e capacità compositive rodate.

La produzione è stata ben curata, non sembra avere difetti particolari, le parti più pulite si possono ascoltare con chiarezza e quelle dove i giri aumentano impattano all'orecchio con discreta resa.

Inutile che mi dilunghi ulteriormente, dalle mie parole avrete inteso che gli Stone Circle e "Myth" sono riusciti a entusiasmarmi e dopo un "Watershed" che mi aveva lasciato l'amaro in bocca, è un piacere poter tranquillamente dire che se gli Opeth avessero fatto uscire un disco simile ne sarei stato davvero soddisfatto. Non ci sono riusciti, ringrazio quindi questi giovani inglesi per averlo fatto.

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