SUICIDE FOREST – Suicide Forest

Gruppo:Suicide Forest
Titolo:Suicide Forest
Anno:2019
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:Avantgarde Music
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TRACKLIST

  1. Kingdom Of Solitude
  2. Auto-Immolation
  3. Longing For Nothingness
  4. Baptized In Pools Of Despondency
  5. Sea Of Trees
  6. Cold. Dark. Comfort.
DURATA:49:26

Suicide Forest è un titolo emblematico che si incastra perfettamente nella parabola di articoli che da qualche tempo a questa parte abbiamo iniziato a pubblicare sulla scena estrema giapponese. Ciò nonostante, il disco in questione non è stato pubblicato dalla band omonima del paese del Sol Levante, bensì dai Suicide Forest degli Stati Uniti. La creatura di A. Kruger, unico nome riportato all’interno dello scarno ma appariscente digipak confezionato da Avantgarde Music, è attiva dal 2016 e dopo aver prodotto una serie di uscite minori ha rilasciato il qui presente debutto prima in digitale sul finire dello scorso anno, con il supporto di Ascension Monuments Media, per poi vederlo ripubblicato poco più di sei mesi dopo in CD e vinile dall’etichetta nostrana e addirittura in cassetta, grazie ad Akashic Envoy Records. Ragionando logicamente, potremmo assumere che nessuno si sarebbe sbattuto tanto se questo album fosse stato brutto, ma dubitare è cosa buona e giusta, per cui provvedo subito ad addurre qualche motivazione a supporto della mia tesi.

In poco meno di cinquanta minuti spalmati su sei tracce (fra cui la breve tanto quanto suggestiva “Baptized In Pools Of Despondency”), il semisconosciuto A. Kruger dà prova di aver sicuramente fatto i compiti a casa prima di entrare in studio a registrare. Tra riflessi di Ghost Bath, accenni di Sadness e Az Ciliz e un po’ di spinta à la None, si destreggia in un esempio di black metal depressivo e atmosferico riuscito, non straordinariamente innovativo ma neppure copia pedissequa dei suoi predecessori. L’atmosfera generale è nera, cupa e terribilmente opprimente, come può esserlo una passeggiata tra le decine di cadaveri appesi sugli alberi della famigerata Aokigahara giapponese: l’aria diventa pian piano sempre più rarefatta, le chitarre sono talvolta doppissime, con movenze al limite del pachidermico, talvolta affilate come rasoi, le tastiere sono sempre malignamente eteree e la voce del mio quasi-coetaneo d’oltreoceano urla con dolorosa violenza parole dedicate alla futilità dell’esistenza. Non traspare minimamente tra le righe dei suoi brevi ma efficacissimi testi l’assenza di voglia di vivere, tuttavia per dare maggiore consistenza ai miei ragionamenti vi riporto prima le parole dell’efficace apripista “Kingdom Of Solitude” e poi vi rimando all’ascolto attento della conclusiva “Cold. Dark. Comfort.” (per la quale potrebbe tornarvi utile un ripasso degli eventi di Jonestown).

«Isolated without hope, Haunted by dreams
Alone in the morose silence, Unable to speak
Locked away, From this loathsome world
Far from all whom I despise
Cold air infects my lungs, As I gasp my dying breath
All consuming, this atmosphere of endless plight
Engulfing my poisoned mind
All that once was, Never again shall be
As I enter my Kingdom of Solitude»

Tutto quello che c’è in mezzo alle summenzionate tracce è dolore, malessere e odio. Per questo il disco eponimo dei Suicide Forest non è per tutti, soprattutto per i deboli di cuore, ma gli appassionati del genere (più o meno cardiopatici) lo troveranno sicuramente di loro gusto. Sono certo che gli sforzi del giovane A. Kruger saranno presto ripagati e che il suo omaggio al mare di alberi — reso ancora più palese dall’omonima “Sea Of Trees”, per chi avesse ancora dubbi — sarà riconosciuto per quello che è e non per quello che sembrerebbe essere agli occhi e alle orecchie di un profano, ovvero un gran bel pezzo di debutto. Non statevene a far finta di voler penzolare appesi al ramo di un albero: ascoltate la prima prova sulla lunga distanza di questa one man band americana e poi ne riparliamo!

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