SUMERU – Summon Destroyer

Gruppo:Sumeru
Titolo:Summon Destroyer
Anno:2018
Provenienza:Australia
Etichetta:WormHoleDeath / Aural Music
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TRACKLIST

  1. Inanis Kultus
  2. The Temple
  3. Summon Destroyer
  4. Embrace The Cold
  5. Kala Ratri
  6. Durga! Durga!
  7. Rivers Of Lethe
  8. A New Ritual
DURATA:44:26

Tradizioni, rispetto per gli antenati e mitologie si incontrano e si fondono in Summon Destroyer dei Sumeru. La band australiana prende il nome da quella montagna a forma di clessidra che, secondo la cosmologia buddista, si trova esattamente al centro del mondo: tenendo conto di questo, l’heavy doom-sludge-stoner-post-hardcore proposto nel disco — il terzo, contando il lavoro di debutto del 2014 e un EP nel 2013 — si veste di una solennità tutta particolare.

L’ascoltatore viene accolto con un’intro atmosferica che è di fatto un rituale d’apertura: in “Inanis Kultus” sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo e di ascoltare voci che riecheggiano all’interno di un tempio isolato dal mondo. Del resto, l’Australia non è solo quella vasta, remota e variegatissima terra difficile anche solo da immaginare e dove pare che ogni creatura voglia in qualche modo ucciderti: fa parte di un continente in cui il vecchio e il nuovo coesistono e le tribù aborigene devono costantemente fare i conti con l’uomo moderno e la sua fame di civiltà. I Sumeru ne sono ben consapevoli, e infatti l’ultima pagina del libretto di Summon Destroyer è portatrice di una sorta di dichiarazione di riconoscenza di un’enorme eredità culturale e di umiltà nei confronti di un territorio ancestrale e delle sue antichissime popolazioni, cui il gruppo porge i propri ossequi. Come sentirsi piccoli e insignificanti rispetto al passato.

La band sembra avere un grande interesse nel parlarci di divinità e avvenimenti legati a un tempo in cui io e voi non eravamo nemmeno un’idea iperuranica, attraverso riff granitici, voci che si sovrappongono e in alcuni momenti ricordano i migliori High On Fire e tanti, tanti effetti. Le melodie paiono in qualche modo sospese, specialmente nella cadenzata “Embrace The Cold” e in “The Temple”. Uno dei pezzi grossi dell’album è la title track, con i suoi cambi di tempo e accordi che sono un piacere per le orecchie e per lo spirito.

Il breve e splendido intermezzo strumentale “Kala Ratri” offre un attimo di pausa, prima di sfociare in un inno alla Madre Divina con “Durga! Durga!”. Come detto in precedenza, tutto il disco è in un certo senso un omaggio a culture e spiritualità diverse e, come c’era da aspettarsi, al culto iniziale corrisponde anche un rituale conclusivo: “A New Ritual” ci trasporta in nove minuti di archi, stoner, accordi puliti, assoli. Una mastodontica conclusione per un’opera di una certa caratura di cui consiglio caldamente l’ascolto, magari più di uno per essere sicuri di assimilarla a dovere: la carne al fuoco è tanta.

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