TCHORNOBOG – Tchornobog

Gruppo:Tchornobog
Titolo:Tchornobog
Anno:2017
Provenienza:U.S.A.
Etichetta:I, Voidhanger Records
Contatti:Facebook  Bandcamp
TRACKLIST

  1. I: The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods Of Cognitive Dissonance)
  2. II: Hallucinatory Black Breath Of Possession (Mountain-Eye Amalgamation)
  3. III: Non-Existence’s Warmth (Infinite Natality Psychosis)
  4. IIII: Here, At The Disposition Of Time (Inverting A Solar Giant)
DURATA:64:23

Rieccoci alle prese con il lavoro di Markov Soroka: dopo aver rivitalizzato il suo lato funeral doom con gli Slow e aver pubblicato un paio di lavori lo scorso anno con il suo progetto (presumibilmente) principale Aureole, il Nostro rimescola le carte ancora una volta nei Tchornobog.

Il presupposto con cui fare i conti fin dall’inizio è che “Tchornobog” è un album pretenzioso. A partire dal modo in cui si presenta, con quella confezione tutta colorata e un’illustrazione (bellissima, di Adam Burke, in arte Nightjar Illustrations) che continua all’interno del digipak, regala l’impressione di essere un disco che si dà delle arie. Continuando ad armeggiare con l’oggetto, la seconda particolarità balza subito all’occhio: ciascuna tasca del cartoncino contiene un diverso libretto, uno per i testi («The lyrics journal») e uno per le considerazioni dell’autore («The dream journal»). All’interno scorrono liberamente i pensieri di Soroka, che dice di aver lavorato alla realizzazione di “Tchornobog” sin dal 2009 e di averne completato la registrazione e la produzione nel 2015.

Prima di questo, ed ecco dove Soroka finisce per essere pretenzioso, quattro pagine di menate da cui si capisce che Tchornobog dovrebbe essere un’antica divinità slava e poco altro. Per il resto, le quattro pagine sono un insieme di pensieri sul genere di «fauci e muscoli ognuno più grande del precedente, eppure allo stesso tempo insormontabile dalle future installazioni di una simile ideazione» o «le interazioni chimiche e creazioni biologiche di Tchornobog, che si verificano in infiniti nervi a causa della sovrapposizione di volontà sono incomprensibili». Non so se Soroka abbia qualche problema con l’inglese, ma le cose incomprensibili qui sono ben altre. Da quel poco che sono riuscito a capire — e prendetelo con beneficio di inventario, perché dire che ho capito è davvero un’esagerazione — questo nuovo progetto vorrebbe essere la trasposizione in musica di un viaggio onirico intrapreso dal ventiduenne ucraino, viaggio attraverso il quale è entrato in contatto con l’entità Tchornobog.

Risultato: quattro canzoni per oltre un’ora di musica e un concentrato di malessere e inascoltabilità degno dei migliori Mitochondrion e Portal, ma con una coerenza di fondo invidiabile. Perché alla fine poco importa che Soroka ci abbia un po’ ammosciato le palle con tutte quelle fregnacce mistiche e pacchiane: “Tchornobog” è un disco enorme. Certo, vi devono piacere il casino, il sound che richiama molto la vecchia scuola di moda negli ultimi dieci anni e, appunto, quelle velleità da catarsi spirituale di cui si potrebbe fare a meno senza grossi rimpianti, ma l’ora di musica messa insieme da questo ragazzo è una bomba.

C’è il death metal di scuola Incantation, c’è il black metal dei Deathspell Omega periodo primi anni ’00, ci sono le urla disumane di casa Antediluvian, ci sono le dissonanze a tratti velleitarie di progetti mai del tutto compresi come Skáphe, c’è addirittura un intero passaggio al limite del dark ambient con un sax in primo piano in “III” che sembra voler rimandare alle celebri avanguardie lituane novantiane; per l’uso del sax, non certo per il dark ambient, ma ci siamo capiti. E c’è anche, inutile nasconderlo, una fortissima influenza lovecraftiana a fare da collante perché, anche se non ci sono tentacoli e abissi in copertina, è evidente che l’antica entità Tchornobog venga innestata da Soroka su una struttura fatta di allucinazioni, sogni e poteri malvagi che richiama a gran voce il lavoro del maestro di Providence.

Incredibile a dirsi: funziona tutto, nonostante la mole di idee e spunti messa insieme dal Nostro sia riassunta in quattro pezzi dal minutaggio non proprio fruibile. La verità è che i quattro capitoli di “Tchornobog” scorrono con una semplicità inaspettata; nessun cambio di atmosfera e di tempo risulta mai manieristico o artefatto, ma tutte le diverse anime del progetto si alternano in maniera davvero naturale.

Dubito che Soroka abbia davvero sognato Tchornobog o sia in qualche modo entrato in contatto con la divinità malefica sul piano astrale come una sorta di novello Dottor Strange, eppure un simile potpourri, dove fiori e oli essenziali sono urla, riffoni, blast beat e malessere, da qualche parte dovrà avere avuto origine. E non sono sicuro che questa origine sia del tutto umana. Per tutti gli appassionati di death-black metal e di tutti quei nomi e quelle influenze qua sopra, “Tchornobog” è un disco da consumare.

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