TERMINAL SOUND SYSTEM – Dust Songs

 
Gruppo: Terminal Sound System
Titolo: Dust Songs
Anno: 2014
Provenienza: Australia
Etichetta: Denovali Records
Contatti:

Sito web  Facebook

 
TRACKLIST

  1. Deep Black Static
  2. By The Meadow
  3. Silver Minds
  4. Keepers
  5. My Father, My Mother
  6. Shadows
  7. The Silver World
  8. Morning Star
DURATA: 47:53
 

Per chi bazzica l'underground da più tempo, il nome degli Halo potrebbe significare qualcosa. Se è pur vero che questo duo australiano attivo dalla seconda metà degli anni Novanta non si è mai formalmente sciolto, è altrettanto inequivocabile che l'ultimo lavoro partorito dall'unione di intenti di Skye Klein e Robert Allen è ormai datato 2004. Entrambi si sono negli anni dedicati a diversi e variegati progetti, e Klein nello specifico sembra sempre più legato alla ragione sociale di Terminal Sound System, tanto che negli ultimi sette anni sotto questo nome ha partorito ben cinque dischi, di cui uno, "Heavy Weather", anche passato da queste parti. "Dust Songs" è proprio il più recente, nonché il terzo sotto l'ala della sempre interessante Denovali.

Come la realtà che lo produce, così interessante è lo stesso album, in qualche modo figlio di un animo artistico irrequieto: ormai del tutto archiviati gli esordi sludge dei summenzionati Halo, Klein si muove tra reminiscenze sperimentali Fennesz-iane e una fascinazione desertica che non sfigurerebbe nel roster di casa Thrill Jockey, Barn Owl e derivati in testa. Chitarre decostruite, forse il più diretto rimando al passato spruzzato di industrialismi in coppia con Allen, qualche arpeggio acustico per riavvicinarsi alla dimensione umana, una voce flebile, ora suadente ("Keepers") ora del tutto assente per intere porzioni di lavoro. Il drone in chiave ambientale la fa da padrone, gli sparuti inserti vocali si alternano a qualche richiamo glitch o qualche percussione ("My Father, My Mother"), ma "Dust Songs" rimane sempre ancorato a una dimensione contemplativa, quasi compassata, estremamente atmosferica e inafferrabile. Nella seconda metà del lavoro la tensione cresce, inizia a comparire qualche bordone piuttosto massiccio ("Shadows"), ma solo "Morning Star" nel finale sprigiona tutta la veemenza che Klein ha accumulato, un'esplosione di chitarre pesanti e muscolari che danno voce all'alba delle terre australi.

Un disco da ascoltare la notte, nel deserto, a pieno volume.

Facebook Comments