TESTAMENT – Dark Roots Of Earth

 
Gruppo: Testament
Titolo: Dark Roots Of Earth
Anno: 2012
Provenienza: U.S.A.
Etichetta: Nuclear Blast
Contatti:

Sito web  Facebook  Twitter  Youtube  Reverbnation  Last.fm  Myspace

 
TRACKLIST

  1. Rise Up
  2. Native Blood
  3. Dark Roots Of Earth
  4. True American Hate
  5. A Day In The Death
  6. Cold Embrace
  7. Man Kills Mankind
  8. Throne Of Thorns
  9. Last Stand For Independence
DURATA: 51:08
 

Innanzitutto desidero confessarmi… i Testament non mi hanno mai trascinato più di quel tanto. Solo il primo LP mi convinse davvero. Sono un grande fan dei vecchi Exodus e trovo parecchi punti comuni fra i due gruppi; preferisco però lasciarmi massacrare i timpani dai creatori di "Pleasures Of The Flesh". Vi chiederete: «Perché cazzo scrivi una recensione su questo disco allora?». È semplice, si può sempre rischiare di dare una sbirciatina nel giardino altrui. La Nuclear Blast conta nella sua scuderia sempre più nomi di calibro, i Californiani non sono certo uno dei meno conosciuti e neppure uno di quelli con fan privi d'attese, quando si tratta di sviscerare un nuovo CD.

L'introduzione "Rise Up" tocca l'ascoltatore con la delicatezza di un treno che entra in galleria e onora — come potrebbe essere altrimenti — la Bay Area con un lavoro di ritmica che più tipico di così si muore. La seconda traccia ci mostra un Chuck Billy morbido morbido che si cimenta con il canto a voce limpida e liscia come il culetto di un bebè (ok, esagero). Una scala tutta catchy — come direbbe Mourning — e un assolo di chitarra molto ricercato arrotondano un pezzo duro e celere sì, ma che trova il suo giusto equilibrio con la melodia, mostrando così la classe raggiunta dal gruppo durante tanti anni d'esperienza. I miei dolori iniziano con la terza canzone, lenta e un poco triste, testimone di alcuni punti importanti che sono — secondo me — colpevoli per la fine del thrash proveniente dalla Bay Area: arpeggi e ritmi più leggeri che portarono a quell'orrore chiamato oggi Metallica. L'operato della chitarra è comunque impeccabile.

"True American Hate" è la mazzata thrash per eccellenza: veloce, violenta e spacca-collo. Pause sapientemente piazzate aumentano la tensione e la rabbia dell'ascoltatore che si lascia trascinare da un headbanging sfrenato. Il lungo assolo è un vero piacere e — bisogna dirlo — molto gradevole all'ascolto; la gran parte dei chitarristi moderni è troppo pigra per questo tipo di lavoro compositivo. La quinta canzone è meno sostenuta, mostra un carattere più tetro ornato da scale pesanti che diventano più intense con l'avvicinarsi della fine. "Cold Embrace" mi butta nuovamente nella depressione, forse è anche l'effetto desiderato dagli autori, provocata da arpeggi, ritmo lento, chitarre tristi che cullano una voce lamentevole. No, questo gusto alla Metallica proprio non lo sopporto… "Man Kills Mankind" mi sembra una canzone poco tipica per i Testament e vive di un ritmo abbastanza groove che non disturba più di quel tanto e ci prepara a una granata thrash intitolata "Throne Of Thorns", che mostra gli attributi della Baia, eppure contiene anche parti con gusti più moderni o sono questi forse solo influssi di anni passati? La scala orientaleggiante integrata nell'assolo porterà all'orgasmo i chitarristi fra voi.

Chiudiamo con "Last Stand For Independence", che martella i timpani con un ritmo sostenuto, greve e a volte marziale. Questa canzone sembra dire: «I Testament sono tornati, forti, duri ma con qualche innovazione!».

Facebook Comments