The Dhaze - Deaf Dumb Blind

THE DHAZE – Deaf Dumb Blind

Gruppo:The Dhaze
Titolo:Deaf Dumb Blind
Anno:2020
Provenienza:Italia
Etichetta:Sound Effect Records
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TRACKLIST

  1. Inside
  2. Neurosis
  3. All Of My Masks
  4. Death Walks With Me
  5. Deaf
  6. Blind
  7. Dumb
  8. Like A Picture / Empty Lake
DURATA:53:22

Lo abbiamo già detto ma lo ripeto comunque: stare dietro a tutte le uscite in un mese è difficile, figuriamoci in un anno. Non è affatto una scusa, è però allo stesso tempo una verità comoda, una calda coperta nella quale ci avvolgiamo quando ci imbattiamo in un disco che ci piace e ci rendiamo conto che è uscito tipo un anno fa. Mica è colpa nostra, è che un anno fa è uscito veramente di tutto. Però ascoltando Deaf Dumb Blind e leggendo 2020 un po’ colpevole mi ci sono sentita, lo ammetto.

A parte la frustrazione per non poter usufruire di giornate da 50 ore e non avere due teste ciascuna con la sua coppia indipendente di orecchie, la cosa positiva in tutto questo è che se un album ti fa sentire colpevole per non averlo ascoltato quando è uscito vuol dire che è un bel disco e che, prima o dopo, vale sempre la pena recuperarlo. Deaf Dumb Blind è il debutto dei The Dhaze, band proveniente dal movimentatissimo e attivissimo sottobosco artistico napoletano e, più in generale, campano, che per quanto ci riguarda ha regalato negli anni passati tantissime perle nei generi più diversi, dai Párodos ai Motosega, a Taur-Im-Duinath. Deaf Dumb Blind è un disco così pregno di contenuto e accuratezza e sicuro di sé che quasi faccio fatica a credere che si tratti del primo lavoro in studio per i The Dhaze di Simone Pennucci, Vincenzo La Tegola e Lorenzo Manna: una spiegazione è che il trio è attivo dal vivo dal 2017, cosa che ha sicuramente permesso di farsi per bene le ossa sul campo.

Degno di nota il logo, che salta subito all’occhio e per il quale dobbiamo ringraziare Ernesto Nuss, anche lui napoletano: l’artista ha creato un ambigramma, ovvero un disegno calligrafico che, ruotato (in questo caso di 180°) o capovolto, mostra la stessa parola. Il genere proposto è un sapiente ibrido di psichedelia settantiana, stoner, prog, grunge e addirittura alternative rock, un bel malloppo di bei momenti che fa compagnia all’ascoltatore per quasi un’ora senza mai risultare pesante. Non sorprende, visti i generi citati, che i passaggi esclusivamente strumentali siano molti e a volte anche prolungati, ma la voce, quando c’è, arriva direttamente allo stomaco: un timbro caldo, grezzo e senza orpelli, espressivo e degno dei migliori bluesman. Una palude del sud degli Stati Uniti che è davvero un enorme piacere ascoltare mentre ribolle, non riuscirei a immaginare nulla di diverso per fondersi all’universo musicale che i The Dhaze hanno creato.

Un solo ascolto non è sufficiente e c’è tantissimo da assimilare, anche perché quasi tutti i pezzi superano o almeno si avvicinano ai sette minuti, ad eccezione di “Deaf” e dei suoi suoni spessi e metallici. Il tema trattato nei testi è il lato oscuro della natura umana, con le sue ombre, le sue paure e le varie percezioni, che magari a volte tendono a farci isolare e a trasformarci nelle scimmie della copertina: nonvedononsentononparlo. A catapultarci nel miasma di effetti e fumi inebrianti di Deaf Dumb Blind è l’intro “Inside” con le sue atmosfere spaziali e i suoi synth quasi ottantiani, che sfociano nel basso psichedelico di “Neurosis”, la migliore in assoluto per complessità, composizione e inventiva; normalmente l’assolo si trova soltanto a metà brano, qui invece abbondiamo e ce ne spariamo uno ad appena un minuto dall’inizio e un altro più avanti.

Con ciò non intendo dire che il resto del disco si piazzi a un livello inferiore, si tratta solo di una mia personalissima preferenza: la qualità è e si mantiene alta fino all’ultima nota. I cori, dal canto loro (hehehehe) sono una componente a cui tendo a fare molta attenzione, poiché fanno la differenza se fatti bene e un disastro se fatti male. Inutile dire che le voci di Simone e Vincenzo si sovrappongono alla perfezione. “All Of My Masks” ha un’anima più rock e una splendida outro, mentre per essere spediti direttamente negli anni Settanta basta far partire “Dumb”.

Le otto canzoni che compongono Deaf Dumb Blind hanno ciascuna una personalità che spicca, lasciando da parte le inclinazioni personali che possono portarci a preferirne una in particolare. Per assaporarle ci vuole il giusto tempo, nessuna fretta e sapranno parlarci se apriamo le orecchie con attenzione. Se avessi ascoltato Deaf Dumb Blind un anno, fa lo avrei messo per direttissima nella mia top 2020, vorrà dire che finirà in quella 2021.

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