THE LAST SEED – Hellboy

Gruppo:The Last Seed
Titolo:Hellboy
Anno:2018
Provenienza:Germania
Etichetta:Nihilistische KlangKunst
Contatti:non disponibili
TRACKLIST

  1. Throw The Bones
  2. Invert The Shadows
  3. Cast Off The Shroud
  4. Become The Stubborn Goat
  5. Read The Flesh
  6. Touch The Wolf
  7. Defend Your Open Eye
  8. Form Your God
  9. Curse Their Doom
  10. Conquer Your Winter Spell
  11. Rule The Deep
DURATA:42:41

Nihilistische KlangKunst è una piccola etichetta tedesca che dal 2007 diffonde black metal underground, in prevalenza concepito nella terra di Nargaroth. Hellboy è una delle uscite patrocinate in questo 2018, opera degli esordienti The Last Seed, misterioso duo composto da Arges e Neideck e già attivo nei Kerker.

La nebulosa copertina mostra i lineamenti di una enigmatica figura sfocata al di sotto di alcuni alberi, di fronte a lei si erge un microfono, mentre sullo sfondo emergono sagome indistinte, forse edifici o addirittura un campanile; soltanto un paio di luci squarciano il velo di opacità diffuso. Hellboy narra di una sorta di rituale oscuro in undici passaggi e ciascun brano suggerisce l’azione da compiere, difatti la prima parola di ogni titolo è un verbo.

Sul versante musicale, il black metal dei The Last Seed vive di melodie circolari, tremolo picking, strutture lineari e nessun preambolo. Le variazioni ritmiche, dal blast beat ai tempi medi, costituiscono l’elemento che dona un pizzico di eterogeneità a un contesto piuttosto coeso, insieme ai frangenti atmosferici evocati dalle tastiere. Lo scream è alquanto intelligibile, senza tuttavia perdere in mordente, e accentua l’alone sacrale con la sua metrica mai esasperata e l’utilizzo del riverbero, scendendo inoltre talvolta di tono; interessante l’intervento in pulito contenuto in “Curse Their Doom”, col suo repentino passaggio da un sentore liturgico a uno più esaltato e non impostato.

Si tratta di un approccio viscerale che calca la mano sull’impatto emotivo piuttosto che l’intuizione tecnica o una intelaiatura strabiliante. Da metà scaletta in poi tuttavia questo complesso perde di colpi, proprio per la mancanza di un minimo di varietà, e paga dazio all’eccessiva ripetitività. “Touch The Wolf”, composizione in voce pulita e con ritmi blandi posta a metà scaletta, rappresenta una sorta di spartiacque in questo senso e tutto ciò che la segue risulta meno ispirato, mentre l’umore generale rivela una tensione minore, come se l’adepto fosse proiettato verso la riuscita del percorso di conoscenza e cambiamento.

Alla resa dei conti, Hellboy è un’opera incostante eppure non priva di valore, dedicata ai cultori del black metal minimale ma non scevro da melodie intense.

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