Thermohaline - Maelström

THERMOHALINE – Maelström

Gruppo:Thermohaline
Titolo:Maelström
Anno:2021
Provenienza:Belgio / Brasile / Argentina
Etichetta:Onism Productions
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TRACKLIST

  1. Obra Dinn
  2. Adamastor
  3. Sirens
  4. Shipwrecked
  5. Dark Corners Of The Ocean
  6. Paardenmarkt
DURATA:51:41

Nel mare di uscite dedicate agli oceani e tutto ciò a essi collegato, ce n’è un po’ per tutti i gusti: ci sono i Mastodon di Leviathan, ci sono gli Ahab che hanno deciso di consacrarvi la loro stessa essenza, c’è l’impareggiabile Pelagial dei The Ocean, tutta gente che su Aristocrazia ha trovato spazio in un listone a tema insieme a vari altri. Tra gli ultimi arrivati in questo filone ci sono i Thermohaline, trio che vive una relazione a distanza con l’Oceano Atlantico in mezzo —  dal Belgio al Sudamerica — e che quest’anno ha pubblicato il primo album Maelström.

Il piglio personale dei Thermohaline si nota già dalla definizione «thermodynamic oceanic black metal», con un termine preso in prestito dalla fisica che insieme al loro stesso nome fa riferimento alla circolazione termoalina, una corrente che genera un flusso costante di acqua attraverso i vari oceani, determinata dalle differenze di temperatura e salinità (cioè di densità, per farla più breve).

Maelström affronta la materia oceanica con un approccio decisamente diretto e violento se confrontato a quello di più illustri colleghi, con un black-death che — secondo me purtroppo, ma dipende dal gusto individuale — concede poco spazio a sezioni atmosferiche in favore di una schizofrenia sonora che non lascia tregua, risultando comunque piuttosto variegata, forse fin troppo. Un aspetto che si potrebbe ricollegare al topos della follia che colpisce gli uomini di mare, di cui letteratura e leggende sono pregne, tanto più che i testi di Maelström — contrariamente all’EP di debutto del 2020, che si incentrava più sugli oceani in sé — sono fitti di richiami a miti e leggende: dal Davy Jones’ Locker in “Obra Dinn”, metafora degli abissi che accolgono marinai morti e navi affondate citato per la prima volta da Daniel Defoe, al mitologico Adamastor, personificazione del Capo di Buona Speranza e simbolo di tutti i pericoli legati alla vita dei marinai, al ritorno degli stessi in veste di non-morti dopo essere stati colpiti da maledizioni varie ed eventuali.

Tutto ciò si tramuta appunto in un black-death da un lato ben strutturato, con brani che non risultano difficili da seguire, ma che presenta tanti cambi di direzione: già nella prima traccia trovano spazio una fisarmonica (peccato che sia poco sfruttata lungo tutto il lavoro), sfuriate in blast beat che non lasciano respiro, riff ciccioni più vicini a territori djent e cori di soavi voci femminili. Un canovaccio che si ripresenta lungo i 51 minuti di Maelström, con l’aggiunta di un po’ di elettronica buttata qua e là come nella bella “Adamastor”, ma che rischia di essere un po’ croce e delizia del disco: “Shipwrecked”, per esempio, potrebbe suonare un po’ troppo incasinata a chi non ama sguazzare nell’imprevedibilità. I pochi appunti che si potrebbero fare ai Thermohaline sono quindi più di tipo compositivo che esecutivo, anche se in certi frangenti la drum machine sembra un po’ troppo esile e sommersa dal marasma di chitarre e voci cariche di effetti.

Al trio internazionale è bastato un annetto per fare un importante passo avanti da Thermohaline, uscito a gennaio 2020. Maelström è un lavoro ambizioso e in gran parte riuscito, interessante a livello musicale e tematico e che lascia ai Thermohaline ulteriore margine di miglioramento: un batterista in carne e ossa che dia un po’ più di spessore e — nota assolutamente personale — un approccio meno dispersivo potrebbero elevarli a un ruolo di primo piano nella nicchia in cui hanno deciso di inserirsi.

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