TRIARII – Muse In Arms

TRIARII – Muse In Arms

 
Gruppo: Triarii
Titolo:  Muse In Arms
Anno: 2008
Provenienza:   Germania
Etichetta: Eternal Soul
Contatti: Sito Ufficiale
 
TRACKLIST

  1. Birth Of A Sun
  2. Muse In Arms
  3. Europa
  4. Les Extrêmes Se Touchent
  5. Fatalist
  6. Legio I Martia
  7. Sonnenwalzer
  8. Ode To The Sun
  9. Muse In Arms II
  10. The Final Legion
  11. Wir Kommen Wieder
DURATA: 50:45
 

Le scimmie musicali vanno e vengono. Questo è un periodo così, in cui, fra una recensione e l'altra e qualche casuale scambio di battute, m'è tornata una gran voglia di invadere la Polonia, di belligerare, di guerra. "M1, ascoltati i Triarii, così ti fai un'idea del genere", e mi ritrovo ancora una volta ad ascoltarli io, i Triarii, in heavy rotation manco fossi un invasato guerrafondaio, tanto da spingermi a scrivere queste quindici righe. E se voi mi urlate, a ragion veduta, dalla distanza "e sticazzi?", da parte mia posso ribattere che se c'è un disco, uno solo, di tutta la scena martial che merita di essere conosciuto dal più vasto pubblico possibile, questo è "Muse In Arms". Perchè lasciando da parte necessariamente le presunte implicazioni ideologiche, più o meno condivisibili, ed il messaggio portato avanti da Christian Erdmann, mente creatrice dietro al progetto, non essendo questa la sede appropriata per discuterne, musicalmente parlando "Muse In Arms" è una delle opere più epiche ed intense che io abbia mai incontrato, un disco che a qualche livello non può non scuotere interiormente chi vi si avvicina.

Sono suoni di battaglia quelli che accolgono l'ascoltatore, immergendolo fin da subito in un clima cupo e claustrofobico, le mitragliatrici fan fuoco, esplodono bombe. Cinque minuti di conflitto portano alla vera apertura del disco, è la nascita di un sole sul campo di battaglia, la tensione si allenta, s'alzano cori wagneriani, mentre le percussioni scandiscono un ritmo potente. È evidente fin da subito la distanza che separa il martial dei Triarii da quello più cupo e di derivazione dark ambient generalmente proposto da altri autori altrettanto in vista, una distanza aumentata di volta in volta con le precedenti release dei Triarii stessi, sempre alla ricerca della massima magniloquenza e pomposità. Ne è esempio perfetto la traccia successiva, la titletrack nella fattispecie, in cui un violino pennella una meravigliosa linea melodica su cui vanno ad incastonarsi tamburi e trombe, creando una marcia di vittoria che conduce simbolicamente ad "Europa". Il brano, diventato ormai simbolo del progetto, si manifesta con ritmiche più incalzanti su cui Erdmann scandisce sobrie strofe costituenti una vera e propria elegia all'Europa, un canto d'amore romantico per un continente in declino, nella speranza di un futuro (dal punto di vista dell'autore) migliore.

Il cd procede senza mai calare di livello fra marce serrate ed inserti degni delle più epiche colonne sonore da colossal cinematografico, una perla dopo l'altra. "Fatalist" è un brano letteralmente da panico, in cui le campane lasciano il passo ai rullanti, e l'incisiva melodia viene interrotta per lasciar spazio al discorso di un qualche gerarca tedesco, mentre "Sonnenwalzer" col suo tempo terzinato (e non poteva essere altrimenti "il valzer del sole") ed il suo gusto retrò fa viaggiare nel tempo l'uditorio, fino a tempi in cui la potenza europea, pur nella sua frammentazione statale, non aveva rivali al mondo. Nel corso della perigliosa battaglia c'è poi di nuovo spazio per alcuni momenti più ariosi ed atmosferici, "Muse In Arms II" arriva a placare gli animi, del tutto simile per struttura ed idea di fondo alla sua gemella precedente, ma diversa per linea melodica portante, facendo al tempo stesso le veci di introduzione all'enorme "The Final Legion", brano in cui tutta l'epicità ancora residua nella mente di Erdmann viene concentrata in quattro note in croce, ma quattro note talmente pregne di pathos e tensione estetica da far vacillare, arricchite da una cupola di cori dalle tinte gotiche.

Un disco completissimo, vario, di quelli che se fosse metal definiremmo "spesso così", indicando da una parete all'altra, drammaticamente coinvolgente, tanto da poter far alzare pericolosamente il braccio sbagliato anche al bolscevico più ferreo e convinto.

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