TURBID NORTH – Orogeny

Informazioni
Gruppo: Turbid North
Anno: 2010
Etichetta: Autoprodotto
Contatti: www.myspace.com/turbidnorth
Autore: Mourning

Tracklist
1. Wolves
2. Rift
3. Bereavment
4. The Hunter
5. Stormblast
6. Between The Glacier And The Sea
7. Kodiak (Part I)
8. Kodiak (Part II)
9. Orogeny
10. Floating The Ionosphere

DURATA: 01:09:42

TURBID NORTH - Orogeny Nata in Alaska, la formazione dei Turbid North per lavorare al meglio sulla propria proposta musicale si è spostata in Texas.
Con un debutto all’attivo, “Under The Eight”, dalle buone potenzialità ma ancora privo del mordente per competere in un mondo metallico in costante evoluzione e popolamento di act che suonano ormai nei modi più disparati, hanno avuto due anni per correggere il tiro prima di far uscire il sequel intitolato “Orogeny”.
La musica del quintetto è ruvida, tagliente e non a caso l’hanno denominata “Alaskan Mountain Metal” dato che prende spunto dall’impervio paesaggio ghiacciato che lo stato di cui sono natali ha offerto.
Melodic death metal, sferzate thrash, cadenze al limite con lo sludge, progressione in stile Mastodon e una costante, devastante capacità di aggredire l’ascoltatore sono le carte in tavola spiattellate senza girarci troppo su dal platter, l’accoppiata che gli da il via formata da “Wolves” e “Rift” è da schianta-macigni con la formula della band di Atlanta che viene palesata in modo avvincente nella seconda.
 Non è un disco per i deboli di cuore, chi s’attendesse l’arrivo improvviso di voci pulite e coretti di facile presa se lo può letteralmente togliere dalla testa, pestano e lo fanno severamente, “Bereavement” n’è l’ennesima conferma dimostrando di possedere una dimistichezza notevole nell’unire le varie influenze e i chitarristi oltre a creare un riffato intrigante lo adornano con esecuzioni solistiche pregevoli tanto da ricordare il signor Jeff Waters degli anni migliori.
Il vento gelido che segna gli ultimi secondi della traccia da l’input ad “Hunter” per entrare in gioco e il sound svolta mostrando caratteristiche che ancora non avevamo incrociato, sono una forte vena post, psichedelica e una dinamica più massiccia e allentata a fornirle sembianza, le ridondanze aumentano, la voce alterna scream e growl a una più aspra che porta alla mente i Neurosis.
Non appagati da questa inversione di tendenza che ha diminuito i battiti, affondano ancora con “Stormblast”, il flavour seventies è spropositato tanto che chiamare in causa i Floyd e certe soluzioni di gente affine al movimento psych odierno non fa sicuramente storcere il naso. Brian “Murder” McCoy dietro il microfono è acido nell’esporsi con tonalità che vanno dal richiamo blackish all’anselmiana memoria, è una delle prestazioni più esaltanti del singer senza ombra di dubbio e non mi meraviglia sia inserita all’interno di un gioiellino capace di viaggiare su disparate onde emotive solcandole con una destrezza fuori dal comune.
Come tutte le favole il momento incantato e di maggior riflessione non poteva durare per sempre, “Beetween The Glacier And The Sea” riporta la “normalità” con una scarica d’adrenalina violenta e che fa della battuta possente il proprio credo e quando la parvenza sembra abbia ripreso corso naturale le due parti delle quali è costituita “Kodiak” ci fanno non solo un riassunto sonoro delle soluzioni che abbiamo sinora ascoltato ma possiedono un’epica concezione dovuta alle scalanature heavy che ne esalta il contenuto affermando ancora una volta quanto le idee e le ampie vedute dei Turbid North siano direzionate non a casaccio ma verso un canone compositivo che con la massima libertà raggiunge il proprio risultato.
Con la titletrack il death/thrash si fonde con il southern, un bel pugno nello stomaco condito da un’altra brillante fase d’assolo che precede il lungo “addio” affidato a “Floating The Ionosphere”, dodici minuti e mezzo di canzone che se non fosse per brevi apparizioni vocali sarebbero un puro strumentale che vaga per i disparati territori metal da cui i Turbid North han preso riferimento.
Si può arrivare dopo un’ora e dieci minuti di on air e volerne ancora? In questo caso il sottoscritto è riuscito a goderselo anche tre volte di fila, è sempre più alto e duraturo il feeling che si riesce a costruire con questo disco dopo ogni passaggio nello stereo, l’unico aggettivo che non accosterei mai a una prestazione simile è prevedibile e questo la dice lunga su quello che “Orogeny” ha da donare.
Un plauso all’artista Alex Rydlinski che ha catturato appieno l’essenza gelida che sorregge l’animo musicale dei Turbid North.
Andate sul myspace, approfonditene la conoscenza e se dovessero piacervi accaparratevi quest’album, per il sottoscritto entra di diritto fra i dieci migliori dell’annata in corso, fantastico.

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