ULTRAPHALLUS – Sowberry Hagan | Aristocrazia Webzine

ULTRAPHALLUS – Sowberry Hagan

Informazioni
Gruppo: Ultraphallus
Anno: 2011
Etichetta: Riot Season
Contatti: www.myspace.com/ultraphallus
Autore: Mourning

Tracklist
1. Pathological Freemind Verse
2. Right Models
3. River Jude
4. Indians Love Rain
5. Suspence BIRD / HUMAN
6. Cinghiale
7. The Crumbled
8. Golden Fame
9. The Loss Of Their Teeth
10. The Red Print
11. Torches Of Freedom

DURATA: 40:46

Gli Ultraphallus sono una band belga nata nel 2004 e con all’attivo due album autoprodotti, “Lungville” (2006) e “The Clever” (2008), che in questo 2011 tramite la Riot Season ha rilasciato il terzo capitolo intitolato “Sowberry Hagan”.
Il sound del quartetto non è inscatolabile in un genere preciso, è oscuro, caratterizzato da strutture che vanno dallo stoner/doom al dronico (Nadja/Sunn O)))), da fraseggi fangosi alla Melvins a schitarrate frenetiche riconducibili al grunge più noise in stile Nirvana primordiali e una vena ribelle oltranzista punk frenetica e dissestante che miscelata all’interno di un composto altamente adrenalinico non fa altro che accrescere la sensazione da trip acido che la band assesta con colpi precisi e netti.
I giochi hanno il via con l’accoppiata “Pathological Freemind Verse” e “Right Models” che fra profonde scanalature, groove a manetta e l’innesto dell’additivo psych anfetaminico cominciano a rendere veneficamente inebriante l’atmosfera, sono però le successive “River Jude”, un vero e proprio delirio in cui la pazzia diviene genialità compressa si appresta ad esplodere, e “Indians Love Rain”, strisciante, ipnotizzante con le sue chitarre in feedback pronte a ridondare continuamente e un drumming tribale a mostrare appieno la personalità compositiva di una formazione che possiede un’anima propria pronta a esplodere.
Incatenano l’ascoltatore, lo trascinano in mezzo alle aree industrializzate marziali di “Suspence BIRD / HUMAN”, lo annichiliscono con il sound disturbato, dissonante del sax che intaglia “Cinghiale”, lo immobilizzano in soli dodici secondi stupendolo con una “The Crumbled” in cui il banjo e il canto degli uccelli divengono il preludio all’ennesimo cambio in corsa a titolo “Golden Flame” che torna a flirtare col grunge più maligno.
Sono fottutamente vogliosi di smontare cervelli, la pressione e la maniera con cui alternano le influenze permetteno a “Sowberry Hagan” di essere fluido oltre a non dare punti di riferimento a chi ascolta tenendolo costantemente sul chi va là, così dopo una “The Loss Of Their Teeth” fatta di brevi suoni che si ripetono e una componente drone sul finire, è con “The Red Print”, uno degli episodi colosso, che l’album tocca l’apice della malsanità e introspezione.
La traccia in questione vede la presenza di Eugene Robinson degli Oxbow ed è pari a un mare d’oblio in cui la voce a seconda dell’intensità con cui questa lastra dal suono glaciale si presenta viene assorbita o elevata, le linee eseguite del resto sono istintive, prive di schema logico assecondano le voglie del singer contrariamente a quanto avverrà in una “Torches Of Freedom” nella quale sarà il drone ad acquisire le redini della situazione stritolandoci con i suoi tentacoli, acuendo i sentori di claustrofobia e nevrosi già apparsi in antecedenza, provocandoci un disturbo misantropico che pone la parola fine al platter.
“Sowberry Hagan” è un brivido che percorre la spina dorsale, è una porta che inaspettatamente si spalanca nella nostra mente, un percorso irto di ostacoli psichedelici fluttuanti, nebbiosi pronti a condurci verso la via meno plausibile da seguire, è il disco giusto se volete dare ai vostri neuroni un pasto che sia dolce come la dimenticanza e corposo come l’inferno, per chi ama questo genere di emozioni è un acquisto da fare seduta stante!