VANHELGA – Höst

 
Gruppo: Vanhelga
Titolo:  Höst
Anno: 2012
Provenienza:  Svezia
Etichetta: Art Of Propaganda / Obscure Abhorrence Productions
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TRACKLIST

  1. A Sinister Longing
  2. Lugn
  3. Desperation
  4. Underbart Sant
  5. Overklighet
  6. Udda Tankar
  7. Sorg
  8. Pessimist
  9. Vilsen
  10. Armageddon
  11. Hopplös
  12. Livets Bitterhet
     
DURATA: 54:12
 

Ci sono volte in cui ti chiedi cos'è che passa per la testa di un artista, il motivo di un cambiamento di stile quasi radicale, il perché dello spingersi emotivamente in territori differenti. Cos'è che fa scattare questa molla? Mi sono posto tali quesiti inoltrandomi nell'ascolto del nuovo album del progetto Vanhelga intitolato "Höst".

La one man band dello svedese 145188 è in pratica una presenza quasi fissa sulla nostra 'zine, difatti troverete svariati lavori recensiti proprio dal sottoscritto, che ne ha seguito l'evoluzione ed è per questo che mi è risultato complesso passare da una forma di black rituale incentrata sulla concezione draconiana della ritualità a un'altra che per atmosfere e sonorità in primis tende a riflettere un'intimità e una ricerca spirituale-personale che si addice non più a gente come i Dissection quanto ai Lifelover, realtà connazionale ormai decaduta per volontà comune dei membri dopo la scomparsa di Jonas Bergqvist in arte Nattdal o B.

Il disco si allontana dall'esposizione di canzoni serrate e dal taglio melodico pronunciatamente efferato come avveniva in passato, preferendo una composizione pesante e greve, le ritmiche hanno subito una netta dilatazione e le sezioni arrembanti sono praticamente quasi del tutto inesistenti. La concentrazione viene riposta adesso in una collisione musicale tra ambientazioni di stampo depressivo, riff che alternano sensazioni caliginose e oscure, godendo anche dell'apporto sensibilizzante del piano e di atmosfere dal gusto amaramente rock, sezioni elettroniche ("Armageddon") e una prestazione vocale che si divide tra un operato stridente e maligno noto e momenti neli quali assume una connotazione più profonda e severa.

Posso dire che "Höst" non mi sia piaciuto? No, in egual modo però continuo a chiedermi perché l'artista abbia deciso di disseminare la scaletta di attimi totalmente strumentali ("Lugn", "Pessimist", "Armageddon" e "Hopplös"), perché l'oratoria sia diventata una componente strisciante così presente (è possibile riscontrarla ad esempio in "Underbart Saint", nella successiva "Overklighet" e "Vilsen") e quanto l'influsso dei Lifelover — con l'ingresso di Johan Gabrielson "1853" nel ruolo di compositore delle liriche — e di gruppi come gli Apati sia divenuto odiernamente un riferimento quasi inevitabile durante l'ascolto.

Ho fra le mani ciò che potrebbe rappresentare idealmente il collegamento col discorso interrotto in "Sjukdom"? Il pensiero è allettante e in fin dei conti è impossibile negare che vi siano disseminati segnali netti della personalità targata Vanhelga che impreziosiscono quest'accoppiata decisamente imprevista ma gradita.

In definitiva, rimaniate fedeli o meno al nome in questione, dovreste dare una possibilità a questo album, il mutamento è sintomo che in pentola bolle qualcosa di più e il futuro dovrebbe quindi riservare ulteriori sorprese che spero si mantengano sui livelli ai quali i Vanhelga ci hanno abituato. Chi vivrà, vedrà.

 

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