VIR MARTIALIS – Hierophanie – Prelude To A War Of The Future

 
Gruppo: Vir Martialis
Titolo:  Hierophanie – Prelude To A War Of The Future
Anno: 2013
Provenienza:   Venezuela
Etichetta: Rage In Eden
Contatti: Facebook
 
TRACKLIST

  1. Prelude Under A Totalitarian Regime
  2. Virtutem
  3. Schmachfrieden
  4. Waldganger
  5. Kshatriya
  6. El Hombre Total
  7. Taliban Fighters
  8. Gott Im Ungewitter
  9. Trascendencia
  10. A La Gloire Du Sacre
  11. Te Deum
DURATA: 51:07
 

Tra le produzioni dell'etichetta polacca Rage In Eden spicca per origine geografica il progetto a nome Vir Martialis, band unipersonale che fa capo all'artista Ricardo V., il quale, a tempo perso, si dedica alla realizzazione di dischi martial da proporre, tra un rhum e l'altro, nei peggiori bar di Caracas. Se è vero che il Sud America è da sempre vittima di regimi di diversa foggia e colore, lo è altresì il fatto che dal Venezuela t'aspetti il ritmo caraibico, la noche latina, non di certo la divisa e il tamburo che scandisce la marcia.

È tuttora vivido nella mia mente il ricordo, vecchio un paio d'anni, del primo EP di Vir Martialis, un ottimo esordio, al di là della provenienza esotica che mi colpì immediatamente, dal punto di vista compositivo. Mi ero poi riproposto più volte di ascoltare "Metapolemos", il successore, senza mai adempiere alla promessa, quand'ecco giungermi dalla Polonia il promo del recentissimo "Hierophanie – Prelude To A War Of The Future".

Accoglie l'ascoltatore "Prelude Under A Totalitarian Regime", preludio di nome e di fatto, in cui un organo dissonante si snoda su colpi di percussione cupi e lontani, simili a esplosioni. Un ottimo incipit che lascia il passo tuttavia a un disco qualitativamente altalenante, che alterna momenti incisivi ad altri  più stanchi e vuoti. Ne è esempio la successiva "Virtutem", dal nome inutilmente roboante, la cui melodia fallisce nel tentativo di dare spessore ed epicità al brano, riscontrabile altresì nell'inserto centrale, più militaresco. Meglio l'impronunciabile "Schmachfrieden" e il suo pianoforte nostalgico, che racconta le sue melodie in contrasto col velo industrial di sottofondo: bell'idea e bella realizzazione.

Seguono un paio di pezzi decisamente meno incisivi, l'album caracolla per una decina di minuti e si risolleva con la violenta "Taliban Fighters", ritmata, aggressiva, il canto del Muezzin risponde alle grida dei militari americani, mentre ai piedi della moschea non si risparmiano le cartucce. È il brano più guerrigliero del lotto, e senza dubbio uno dei migliori, ma è un inserto davvero unico, visto che il disco torna immediatamente sulla rotta tracciata in precedenza; "Gott Im Ungewitter" è sostenuta da una melodia piacevole, pecca però in lungaggine, "Trascendencia" fa il paio con "Virtutem" e manca completamente di spessore, a contrasto col titolo altisonante. Meglio l'accoppiata finale: "A La Gloire Du Sacre", brano scritto in coabitazione con Barbarossa Umtrunk, coinvolge con la sua atmosfera opprimente e rituale, mentre la conclusiva "Te Deum" conduce l'ascoltatore verso la fine con le sue atmosfere rarefatte, in totale contrapposizione con i soliti gerarchi le cui elucubrazioni fanno da sfondo al pezzo, e a pressoché il disco tutto.

Una prova solo discreta per l'uomo da Caracas.


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