VULTURE INDUSTRIES – The Malefactor’s Bloodie Register

 
Gruppo: Vulture Industries
Titolo: The Malefactor's Bloodie Register
Anno: 2010
Provenienza: Norvegia
Etichetta: Dark Essence Records
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TRACKLIST

  1. Crooks And Sinners
  2. Race For The Gallows
  3. The Hangmans Hatch
  4. The Bolted Door
  5. This Cursed Flesh
  6. I Hung My Heart In Narrow Square
  7. Crowning The Cycle
  8. Of Branded Blood
DURATA: 44:22
 

I Vulture Industries sono per me una delle realtà fra le più meritevoli della Norvegia avanguardista. All'interno della formazione si trovano membri di Black Hole Generator e Sulphur, questi ultimi già recensiti nel nostro sito con il buonissimo "Thorns In Existence" dell'anno passato; gente che sa il fatto proprio. Non posso negare che dopo aver ascoltato tantissime volte il debutto "The Dystopia Journals" attendessi non poco un nuovo album e sono stato finalmente accontentato con l'uscita di "The Malefactor's Bloodie Register".

La prima cosa che ho notato è come l'ago della bilancia adesso penda ancor di più in direzione del lato progressivo: le atmosfere sono arricchite da sincopatia dilagante e da un uso della voce maggiormente sfaccettato, il cantante Bjørnar Erevik Nilsen si diverte alla grande nel passare dal growl allo scream, con partiture pulite che evidentemente pescano dal repertorio del Garm ispirato del periodo "La Masquerade Infernale", ma non limitandosi a esserne un semplice clone; quest'uomo è un artista di quelli che le hanno quadrate sotto. La derivazione dalla stessa band connazionale è innegabile per alcune scelte, c'è però una voglia di un'esplorazione istintiva che mostra una personalità viva all'interno delle composizioni, una teatralità che — pur eguagliando in certi aspetti la scura e intrigante vena del leader dei Lupi — se ne distacca per una sorta di insano e ripetuto umore che fuoriesce inaspettato.

Il lato più emozionante e astrattista del gruppo si percepisce nell'accoppiare scelte poco consone ma indovinate, come innestare l'assolo di sax egregiamente eseguito da Øyvind Rødset dopo un riff colmo di dissonanze in "The Hangmans Hatch" o intraprendere una strada decisamente strana in quella che potrebbe esser definita una ballata, "I Hung My Heart In Narrow Square", traccia forse più elementare in quanto a costruzione e che tuttavia arriva dritta al cuore dell'ascoltatore.

È veramente appropriato, oltre a essere uno dei punti salienti del lavoro, l'uso che i Vultures Industries fanno delle melodie, rafforzate dalle apparizioni corali. Episodi come "The Bolted Door" e "Crowning The Cycle" ve ne forniranno una cristallina e intrigante idea. L'affascinante organo hammond suonato da Herbrand Larsen (ex Enslaved) adorna infine quella che per il sottoscritto è la hit assoluta del lavoro: la suadente e fascinosa "This Cursed Flesh"; non c'è una nota o un vocalizzo fuori posto ed è capace di tenere incollato a sé l'orecchio.

Il disco è curato in maniera ottimale dal punto di vista strumentale, nel quale gli arrangiamenti sono una delle chiavi di volta fondamentali per dar vita al suono dei Vulture Industries, prendete a esempio i non ancora citati archi, con Audun Berg Selfjord al violoncello e Kristin Jæger alla viola che si inseriscono in "I Hung My Heart In Narrow Square" per esaltarla. Altrettanto si può dire della fantastica produzione curata dallo stesso cantante del gruppo.

"The Malefactor's Bloodie Register" si candida a essere uno dei pochi capolavori che si possano definire tal,i in una stagione comunque ricca di buone e ottime prove nei vari settori metal. I Vulture Industries non solo non hanno deluso le aspettative, sono cambiati percorrendo una via propria che trasmette emozioni diverse da quelle del debutto, ma che non vi si allontana qualitativamente, bissando la stratosferica prestazione di tre anni fa. Molti si sono chiesti quali sarebbero potuti essere i papabili eredi degli Arcturus, avendo la possibilità di fare un nome il mio sarebbe di sicuro il loro.

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