WARSHOUT – Grœnlendinga Saga

 
Gruppo: Warshout
Titolo:  Grœnlendinga Saga
Anno: 2011
Provenienza:   Italia
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. Banishment Of A Race
  2. When The Longships Arrive
  3. Saelingsdale
  4. Greenland's Aurora
  5. From Brattahlid To Infinity
DURATA: 26:45
 

Non è proprio dall'Emilia che ci si aspetterebbe un (mini)concept sulla Groenlandia e su di un esilio vichingo, ma è di questo che i reggiani Warshout ci parlano in "Grœnlendinga Saga", lavoro che fa da seguito ad un demo, "Hvergelmir", datato 2009. Anche il sestetto (anzi, quintetto, poiché nei due mesi tra l'uscita dell'ep e questa recensione si è registrato l'abbandono da parte di uno dei due chitarristi) si fa portatore della filosofia do-it-yourself autoproducendo i propri sforzi in studio con risultati egregi, confermando una linea ormai utilizzata con sempre maggior padronanza da un gran numero di acts emergenti, padroni fino in fondo del proprio operato e sempre più in grado di confezionare lavori professionali anche senza l'ausilio di etichette, underground o meno.

Venendo alla musica, la mezzora scarsa che i Warshout ci propongono pesca a piene mani dall'ultimo immaginario bathoriano, sia a livello di suoni che di testi, spingendo di quando in quando sull'acceleratore fino a toccare lidi melodeath di amonamarthiana memoria ("When The Longships Arrive") o ancora lanciandosi in picchi molto prossimi al black(/folk/viking) di cui si fanno portavoce formazioni come i Månegarm (il finale di "Greenland's Aurora"), donando quindi una piacevole varietà al lavoro nel complesso. La parte strumentale è gradevole, pur non eccedendo nell'originalità dei riff, che anzi suonano quasi lasciati in secondo piano a favore delle parti vocali e del (doppio!) basso. Un po' meno riuscito è invece l'interludio "Saelingsdale", che se da un lato è funzionale alla sdrammatizzazione tra i due pezzi più concitati, dall'altro risulta meno ispirato rispetto al resto dei brani, tendente al formalismo. A questa impressione può anche darsi contribuisca però la quasi totale assenza nel brano del cantante Matteo Bertolotti (già compagno del batterista Nicolò Bernini nel progetto Echoes Of Failure, qui alla prima registrazione con i Warshout), autore di un'ottima prova, in grado di adattarsi con grande naturalezza alle atmosfere dei diversi brani, spaziando da interludi al limite dello spoken word, quorthonianissimi ed azzeccatissimi, a graffianti punte di scream, con una discreta modulazione della voce sporca in generale, nel brano in questione alle prese con qualche mugugno sommesso e nulla più.

Un lavoro di indubbio carattere e con elementi concreti da cui ripartire, ma anche alcuni aspetti da limare e affinare: una maggiore cura nella composizione chitarristica non potrà che giovare alla salute della band, così come, nota dolente, una maggiore capacità linguistica nella stesura dei testi. Non si chiede Shakespeare, ma queste lyrics sono proprio a livello di galleggiamento, e almeno gli errori di grammatica inglese sarebbero da evitare. Altrimenti c'è sempre la via della lingua madre, in Norvegia l'hanno sempre fatto e la lingua di Dante è decisamente più bella.

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