WILD – En Tierra Hostil

WILD – En Tierra Hostil

 
Gruppo: Wild
Titolo:  En Tierra Hostil
Anno: 2014
Provenienza:   Spagna
Etichetta: Sliptrick Records
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TRACKLIST

  1. El Cazador
  2. La Noche Del Pecado
  3. Cruzando El Portal
  4. Las Marcas Del Amor
  5. Apocalipsis 13:16
  6. Soy La Ley
  7. Furia En El Cielo
  8. La Sombra Del Terror
  9. En Tierra Hostil
DURATA: 34:22
 

Ricordo ancora quando, per l'uscita dell'ennesimo album dei Maiden circa otto anni fa, si scatenò l'ennesima guerra verso una band storica, che dopo secoli di attività riproponeva ancora lo stesso stile unico e distintivo. Qualcuno li tacciò di anacronismo, perché "ormai nel 2000 è ridicolo suonare qualcosa degli anni '80". Non sono mai stato d'accordo (anche perché il genio in questione adorava i Priest, che sono ancora più conservatori del gruppo dell'Essex), ma ammetto che il pensiero mi è tornato in mente ascoltando i madrileñi Wild.

Questi cinque capelloni tutti ricci e facce cattive spuntano con "En Tierra Hostil" come se non fossero passati più di vent'anni dai tempi di Dokken, Whitesnake e Saxon. Nove brani di Heavy Metal ottantiano che vi sbatterà con forza indietro nel tempo già a partire dall'apertura di "El Cazador"; giri semplici di chitarra e basso ritmato, accompagnati da saltuari assoli molto essenziali, sono gli elementi fondamentali della formula spagnola. Come se non bastasse, a chiudere il cerchio di nostalgia interviene una copertina con un cazzutissimo licantropo e tematiche quali ribellione, guerra, libertà e i kamikaze giapponesi nella riuscitissima "Furia En El Cielo".

Il disco ha diversi alti e bassi: pur beneficiando della partecipazione di artisti di altri gruppi (bellissimo il ringraziamento per Isabel Peñalba per i suoi orgasmi in "La Noche Del Pecado"), in brani quali "La Sombra Del Terror" e "Soy La Ley", in cui il livello di scrittura è davvero molto buono, si perde un po' di mordente laddove questi ripetono in tonalità più alta i ritornelli; da un gruppo Heavy non mi aspetto chissà quale complessità di esecuzione, ma la riduzione di freschezza alla lunga risulta lampante. Sono indeciso invece su come giudicare "Apocalipsis 13:16" e la canzone che dà il titolo all'album: il primo è il classico pezzo strumentale che pare spezzettato in parti più piccole sconnesse tra di loro, in perfetta linea con la corrente dei tempi passati; il secondo invece, con il minutaggio maggiore di tutto il disco, sembra strizzare l'occhio ai cugini Mägo De Oz per composizione e assolo (gentilmente offerto dal chitarrista degli Ankhara-Tequila Sunrise) risultando complesso, ma curioso.

In definitiva, una sorpresa che mi ha spiazzato, tuttavia non mi ha convinto pienamente, anche a causa della sua poca varietà. Un po' Tierra Santa, anche se più grezzi, che potrebbero affinare le proprie abilità compositive nel tempo. La prossima volta, però, mi auguro di trovare una qualità audio complessiva decisamente migliore, anche a fronte della notevole cura riposta per il libretto.

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