Zeit - The World Is Nothing

ZEIT – The World Is Nothing

Gruppo:Zeit
Titolo:The World Is Nothing
Anno:2015
Provenienza:Italia
Etichetta:Trivel Records / Assurd Records / Dringleberry / Martire Records / Dischi Bervisti / 5feetunder / Icore Produzioni / Cave Canem / I Want To Believe Records
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TRACKLIST

  1. World And Distances
  2. Weaving
  3. Distance And Difference
  4. Disguised
  5. Chasing The Void
  6. Tautologies
  7. Lack Of Parts
  8. No Conception
  9. The Walls Of The World
  10. Past Meanings
DURATA:23:30

Una fucilata allo stomaco, una centrifuga della madonna: non so quale sia l’espressione più adatta per descrivere gli Zeit. Dopo averne tastato le qualità con il mini Bios & Zoe — il cui impeto caotico, le onde melodiche e gli sprazzi dal carattere riottoso lanciavano chiari segnali su cosa potersi attendere dal primo album — ecco che finalmente mi ritrovo a scrivere di The World Is Nothing, la cui scaletta è composta da dieci brani irrequieti e vistosamente alterati, delle vere schegge impazzite che dialogano con l’ascoltatore, urlandogli contro in maniera ipnotica e frenetica.

Siamo davanti a un disco post-hardcore/metal che non molla mai la presa, che ti lega costantemente a sé, partendo in quarta con un’introduzione cupa e atmosferica che permette al prosieguo di “World And Distances” di demolirci con un’esplosione di energia pazzesca. Energia che aumenta e raggiunge il suo apice in “Chasing The Void”, similare in parte per impostazione tuttavia ancora più terremotante per ciò che concerne il comparto ritmico (la prestazione di Francesco Begotti alla batteria è qualcosa di spaventoso per dinamicità, precisione e per la pressione conferita ai pezzi), mentre nel resto del tempo è invece ben ripartita nel metodico e autoritario incrocio fra tempesta e quiete inglobato in “Distance And Difference” così come in “The Walls Of The World”, episodi nei quali è possibile apprezzare la proposta degli Zeit sia per il suo lato tecnico che quello puramente espressivo.

The World Is Nothing è schizofrenico quanto aggressivo, complicato quanto intenso. Non c’è un solo riff di Alessandro Maculan, un giro di basso di Gabriele Tesolin o un innesto vocale di Sebastiano Busato che sia fuori posto: funziona tutto alla grande. Potrei paragonare l’album a una lezione impressa a suon di bastonate, perfettamente prodotta da Luca “Peo” Spigato presso l’Hate Studio di Vicenza, che andrebbe studiata e vissuta con la dovuta attenzione — se possibile, usufruendo dei testi contenuti nel libretto per affondarvi in profondità.

Quello degli Zeit è un debutto con i controcazzi. Come avrete potuto notare non ho citato, volutamente, nessuna band a influenza o quale possibile fonte stilistica: ritengo i Nostri — per quanto la derivazione sia un male impossibile da evitare — una realtà in possesso di una personalità forte, le cui doti compositive non fanno rimpiangere nomi ben più blasonati. Questi ragazzi non avrebbero proprio potuto debuttare meglio di così.

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