ZIPPO – Maktub

Gruppo:Zippo
Titolo:Maktub
Anno:2011
Provenienza:Italia
Etichetta:SubSound Records
Contatti:Facebook Youtube Bandcamp Instagram Spotify
TRACKLIST

  1. The Personal Legend
  2. The Omens
  3. Caravan To Your Destiny
  4. Man Of THeory
  5. We, People’s Hearts
  6. Simum
  7. The Treasure
DURATA:37:07
Ci sono artisti che, dopo aver dato alla luce dei dischi buoni o ottimi, si accontentano di quanto già fatto e si limitano a cambiare qualche dettaglio in una formula che si è già rivelata funzionante. Ci sono artisti che, consapevoli di saper costruire un prodotto facile da integrare nel loro ambito di riferimento, si fossilizzano su una sonorità semplice da apprezzare, diretta e costante. E poi ci sono artisti che non si accontentano di quanto già fatto, che vogliono andare oltre, che hanno altre ambizioni. Artisti che rischiano. Ed è proprio questo il caso dei nostrani Zippo, giunti con questo Maktub alla loro terza fatica, quella che qualcuno ama definire “della maturità”. E bisogna proprio dirlo, il quintetto pescarese, qui, ha rischiato. E ha vinto.

Già sulla carta era facile intuire che Maktub fosse un progetto ambizioso: realizzato con la partecipazione di Ben Ward degli Orange Goblin, che ci regala una bella prestazione vocale nella parte finale di “Man Of Theory” e di Luca Mai degli Zu, affidato a gente del calibro di Victor Love e James Plotkin (Isis, Sunn O))), Earth), rispettivamente alla registrazione e al mastering, e appoggiato subito dopo l’uscita da un ampio tour europeo. L’intenzione del gruppo era probabilmente quella di sfondare i confini e di imporsi come un nome in ambito internazionale. E’ presto per dire se ci siano riusciti, ma sicuramente, era molto difficile fare meglio di così.
Maktub è infatti un lavoro pregno di personalità e di difficile classificazione; è psichedelia, ragionamento, poca linearità e tanta cervelloticità nella musica, è poesia ed ecletticità nei testi. Già l’artwork e, successivamente, l’opener “The Personal Legend” ci preannunciano ciò a cui ci stiamo avvicinando: un album che anche nei suoi momenti di più semplice comprensione, come la stessa o la splendida “We, People’s Hearts”, non mancherà di stupirci e stordirci con intrecci di chitarra e basso, assolutamente impossibili da seguire ad un primo ascolto, e una linea vocale imprevedibile, che talvolta preferisce girare intorno alle note piuttosto che semplicemente adagiarvisi, e spesso è “doppia”. Ma, come detto, la traccia d’apertura è solo l’inizio: i sette pezzi che compongono il disco sono molto differenti tra di loro, ma condividono, seppur in misure diverse, elementi quasi sempre comuni: le distorsioni e i muri sonori che riconducono alle loro origini stoner sono accompagnati da passaggi progressivi talvolta ispirati ai Tool, lievi spruzzate di post-rock e affini, continui cambi tematici e ritmici, atmosfere che spaziano dal sinistro al dolce o al mistico. Il mix che ne risulta lascia confusi ad un primo approccio, ma una volta afferrata la sua armonia, non delude mai, neanche per un attimo. Non c’è un vero e proprio picco più alto, o pezzo migliore: ogni composizione ha il suo perché, alla psichedelia dilagante di “The Omens” e “The Treasure” si contrappongono la più pacata “Caravan To Your Destiny”, la più distorta “Man Of Theory”, la riflessiva “Simum” e le più dirette ed emotive “The Personal Legend” o “We, People’s Hearts”.

Maktub è curato in ogni minimo dettaglio: la durata è perfetta e la prestazione tecnica dei cinque ragazzi mastodontica: le chitarre rabbiose di Sergente e Franz, le preziosissime note di basso di Stonino e l’impeccabile comparto ritmico curato da Ferico non smetteranno mai di mescolarsi e ingarbugliarsi tra loro, a supporto della voce forte, carica di pathos e dal timbro inconfondibile dell’ottimo Dave, che saprà davvero dare un’interpretazione grandiosa alle splendide liriche.
E a proposito delle liriche, c’è da dire che anche da questo punto di vista Maktub è davvero portentoso: mi sono trovato personalmente quasi commosso davanti alla carica di pezzi come la già citata “We, People’s Hearts”, stanza molto intimista che trasmette un messaggio di vita davvero bello, e credo davvero che l’impegno compositivo che sta dietro ai testi meriti una menzione speciale: gli Zippo ispirati, pare, all’Alchimista di Coelho ci spingono a guardare dentro di noi, i nostri sogni, le nostre aspettative, a buttarci nella vita come trascinati dal vento, a migliorarci, a inseguire sempre le nostre aspettative, a non tirarci indietro; lo fanno a volte in modo diretto, a volte in modo oscuro, con l’ausilio di immagini e metafore, ma mai, in nessun’occasione, in modo banale.

Tutto questo può essere riassunto in un solo aggettivo: maturo. Gli Zippo, terzo album o no, hanno saputo dar vita ad un prodotto dalle caratteristiche uniche e inconfondibili, e credo proprio che questo possa essere considerato a tutti gli effetti il loro capolavoro. Unico difetto: non è un disco da ascoltare con distrazione, non è un disco “facile”: chi vuole avvicinarsi a questo lavoro deve farlo con il preciso intento di capirlo. E non ne resterà scontento.

Facebook Comments