Beneath, Below, Beyond #1: Northern Electronics | Aristocrazia Webzine

Beneath, Below, Beyond #1: Northern Electronics

Lo scrivo subito, così evitiamo fraintendimenti: questo articolo non parla di metal, così come non parleranno di metal gli articoli all’interno di questa rubrica, se non lateralmente o per analogie. L’idea alla base di questa uscita dal seminato, da quella comfort zone che ogni metallaro si crea attorno — che io stesso mi sono costruito in tempi non sospetti — nasce come spunto di riflessione su altri generi, su altre scene. Su territori nei quali, da metallaro, sono finito per vie traverse, magari proprio partendo dal metal e assecondando la mia curiosità: guidato dall’estetica di una copertina, da un’intervista letta online o su carta, banalmente anche soltanto dalla foto di un artista capitatami sotto gli occhi. In ogni appuntamento darò un’infarinatura sui protagonisti e poi analizzerò qualche pubblicazione discografica. Questo sarà Beneath, Below, Beyond, per scavare al di sotto della superficie e per provare ad andare oltre i gusti che abbiamo sedimentato.


Il pretesto per cominciare ad avventurarsi insieme lontano dai riff obesi, dai blast beat e dal cosmic black metal è un’etichetta che si chiama Northern Electronics, che produce musica elettronica più o meno contaminata, ma il cui zoccolo duro è sostanzialmente ambient mista a techno.

Lo sfondo di partenza è quello del nord della Svezia: contea di Västerbotten e più precisamente la località di Ursviken, un buco di neanche quattromila anime a pochi chilometri dalla cittadina di Skellefteå, uno dei numerosi centri minerari di cui è costellato il Nord della Svezia. È qui che vive un ragazzo di nome Jönas Ronnberg, con una gioventù segnata dalla depressione e dalle difficoltà di una vita nella periferia della periferia di una città periferica.

La miniera di Boliden, a pochi chilometri da Skellefteå.

Una storia non troppo dissimile da quella di un altro signore dalla giovinezza complicata che veniva da Österhaninge (periferia della periferia della periferia di Stoccolma) e si chiamava Per “Pelle” Yngve Ohlin. Lui è andato in Norvegia con lo scopo di fare e farsi del male insieme agli amici che ben conosciamo, Jönas invece è dovuto letteralmente scappare dal suo villaggio per trovare a Stoccolma una realtà capace di farlo sentire meglio.

All’età di dieci anni Jönas si fa, volente o nolente, le dodici ore di treno che separano la sua cittadina dalla capitale al seguito della madre, ultra-pendolare per necessità lavorative. È così che entra in contatto per la prima volta con elementi visivi estranei alla sua realtà rurale: i graffiti, la cui concentrazione aumenta man mano che ci si avvicina a Stoccolma.

E proprio i graffiti saranno la passione che porterà Ronnberg a conoscere quello che, nel giro di poco tempo, diventerà oltre che un buon amico un socio in affari: Anthony Linell. Raggiunta la maggiore età, infatti, Jönas è costretto a lasciare la sua cittadina natale: il suo coinquilino viene assassinato dalla fidanzata, quindi finisce invischiato in una storiaccia che gli costa 30.000€ di multa e l’inimicizia eterna della polizia di Skellefteå, che nel frattempo aveva iniziato a pedinarlo e intercettarlo in attesa di altri passi falsi. Il ragazzo è incline a mettersi nei guai e comincia a soffrire di disturbi mentali, che lo portano a fare dentro-fuori prima dallo studio dello psichiatra, poi direttamente all’ospedale.

La sfiga e tutti gli annessi e connessi, però, si trasferiscono a Stoccolma insieme a Ronnberg, tanto che tra un graffito e l’altro un suo compagno writer finisce sotto le ruote di un treno. Lui viene ri-acchiappato dalla polizia che miracolosamente a questo giro opta per la clemenza, dato il cospicuo curriculum psichiatrico esibito da Jönas. Aggiungiamo alla serie di traumi, che annoverano diversi amici suicidi, anche una rapina in un tunnel della metropolitana che costa a Jönas due mesi di ospedale. Due mesi dai quali scaturiscono i primi vagiti musicali di una persona sull’orlo del baratro, prodotti smanettando su un groovebox Roland MC-505, acquistato dopo aver assistito a un rave nel quale suonava il succitato Linell.

Tempo due anni, fatti di terapia e salute mentale tra alti e bassi, e Ronnberg si trova a pubblicare il suo primo album per l’etichetta appena fondata da Linell (aka Abdulla Rashim): la Northern Electronics, che vede la luce nel 2013. Anthony Linell è un ragazzo studiato, sia dal punto di vista tecnico che pratico. Un po’ il dottor Watson della situazione, capace di incanalare l’estro di Jönas in progetti realizzabili e con un certo appeal, oltre che di collaborare attivamente con lui nel progetto Ulwhednar


Varg – Misantropen

(Northern Electronics, 2013)

Misantropen, contrassegnato dal numero di catalogo NE1, è quindi l’opera prima di questa piccola realtà svedese. Masterizzato dal romano Giuseppe Tillieci (aka Neel), una piccola istituzione in ambito techno, il debutto di Jönas viene fuori sotto lo pseudonimo di Varg, visto che siamo in cerca di analogie. E sempre per rimanere in tema, la prima traccia del disco si intitola “Mount Analogue”, come il romanzo di René Daumal che ha ispirato Alejandro Jodorowsky per La Montagna Sacra.

È proprio la voce di Jodorowsky a guidarci nelle atmosfere esoteriche imbastite da Ronnberg, il quale non si è limitato ad assemblare un album techno, ma ha dato libero sfogo alla sua parte più istintuale. Il risultato, che è stato evidentemente perfezionato da Linell, come farebbe un buon editor con un manoscritto promettente ma caotico, è un album fatto di molte anime. In mezzo alla trama sintetica di Misantropen serpeggia qua e là la techno, a tratti un po’ acid, che ha reso famoso il nostro Donato Dozzy (con cui Neel lavora spesso); non manca l’house (che non è sinonimo di allegria, occhio) ma soprattutto non manca l’ambient, vero asse portante di questi quaranta minuti a base di droga, necromanzia e mitologia norrena.

Copertina e titoli potrebbero far pensare a un disco black metal, ma tra il surrealismo Jodoroskyano, l’evocazione degli spiriti (“Licwiglunga” significa proprio questo) e il preludio del Ragnarok (“Fimbulvetr”) c’è anche una “Stambanan” (linea principale), chiaro riferimento alla realtà ferroviaria vissuta da Ronnberg, tanto da passeggero quanto da writer.


Ulwhednar – Razor Mesh Fencing

(Northern Electronics, 2019)

Un disco che è quasi una celebrazione del rapporto tra Ronnberg e Linell, questo Razor Mesh Fencing targato Ulwhednar è praticamente la colonna sonora ideale per l’attività furtiva del graffitaro scandinavo. La techno, in questo caso, non è annacquata ma mantiene la vena acid, per un effetto ansiogeno assicurato.

Complici le rasoiate di synth firmate da Ronnberg, da “Transitio” fino alla conclusiva “High Resolution Infrared Thermal Imaging”, quest’album dà forma e sostanza alla frenesia che vive chi impreziosisce le livree dei treni svedesi. Un’agitazione palpabile declinata nei modi più disparati: se in “Dual Layer” c’è in sottofondo quasi un suono d’allarme, la title track è tutto uno sferragliare di metallo. “Northland Resources” fa da intermezzo sinistro, mentre con “PIR Motion Detector” (dove l’acronimo sta per passive infrared sensor) torna l’agitazione più pura, sottolineata dall’adrenalinico terzetto finale, tutto cassa dritta e pedalare.

Un lavoro molto più coeso e rifinito, anche rispetto al precedente Modern Silver, con una produzione leggermente leccata che lima le imperfezioni dove serve, senza togliere un grammo al peso degli schiaffi che Ronnberg e Linell mettono insieme.


Misantropen – Molltoner Från Norrland 1 & 2

(Northern Electronics, 2018)

Tra i tanti problemi di Jönas Ronnberg ce n’è uno che riguarda i nomi, evidentemente, tanto che a metà del 2019 ha ricevuto un cosiddetto cease and desist dai re tedeschi del pacchian metal: i Varg, appunto, che forti di un’etichetta come la Napalm che copre loro le spalle hanno pensato bene di rompere le scatole al lupo svedese, che ora si firma Varg²™. Molltoner Från Norrland 1 & 2, però, risale al 2018, e il buon Jönas ha deciso di pubblicarlo su cassetta e in formato digitale col nome Misantropen, perché fa un po’ come cazzo gli pare.

Si scherza e si ride, ma quando il ragazzo si mette a fare musica succedono cose belle e questo Molltoner… è una cosa bella davvero. Quasi un’ora e venti di ambient aperta, come la vasta e incontaminata regione della Svezia di cui Ronnberg è originario e nella quale quest’album è stato registrato. Per dare qualche coordinata, non siamo troppo distanti dall’Ildjarn dei due Hardangervidda: anche Molltoner… fa dell’essenzialità il suo punto di forza, e come nei lavori ambient del misantropo norvegese è il paesaggio a dominare la scena. La prima traccia è un climax che provoca le vertigini; scollinati questi primi tredici minuti, ci si immerge tra boschi e laghi.

C’è un lirismo primitivo, quasi ingenuo, nella musica di Ronnberg, talmente primitivo che viene da chiedersi come sia possibile contaminarsi di cultura techno e rave, e nel contempo partorire un lavoro simile. Ma la schizofrenia musicale e quindi l’istintività fanno capolino anche su quest’inno alla terra natia, con l’ottava traccia che sembra il pezzo giusto per aprire una serata danzereccia, e la conclusiva “Burkar I Min Ryggsäck”, un brano hip-hop targato The Lapin King, che sembra totalmente avulso dal resto.