NELLA BOCCA DELLE VOCALI

Con le vocali in bocca, con la luce nel cielo rinchiusa dietro un muro di nubi, con la pioggia a battere sui finestrini dei treni, sui tettucci delle macchine nelle quali ci ripariamo, con l'acqua che ci sale dalla terra ed esce dagli argini scavalcati dei fiumi, arrivo a Vicenza, con un treno che taglia la pianura padana come un coltello, freddo.

Ancora una volta incontro i Vowels, che mi raccolgono alla stazione per portarmi nella loro tana, quella barchessa di campagna nella quale hanno scavato il loro studio di registrazione. Durante il tragitto un fruscio esce dagli altoparlanti dell'auto: è un disco di Burzum a bassissimo volume fatto rumore di fondo, elettricità statica, bordone sotterraneo.

Vedo la tana conclusa per la prima volta, quando ero passato di qui mesi fa era ancora in costruzione, ed è piena di strumenti, un paradiso per gli occhi di ogni musicista pronto a inventare chissà che cosa. Tutti gli strumenti sembrano un presagio: uno djambé in mezzo allo spazio sui tappeti, gru d'aste microfoniche che stanno in piedi qua e là sulle loro tre zampe, un sintetizzatore all'angolo, una batteria e suoi pezzi ovunque, altoparlanti, una custodia sgualcita che pare ricordare una bara (e mi svelano contiene un basso; è una custodia rigida regalata e tenuta per buona, nonostante la forma un po' kitch, attenuata dalla vecchiaia e dalla polvere che la rende meno sciocca, più un relitto), cavi che corrono frenetici e disordinati a terra.

I patti sono questi: io ho chiesto di assistere a un loro momento compositivo in cambio d'una intervista. Quindi comincio a rispettare la mia parte, mentre i tre (presto scoprirete il motivo di questo numero ridotto), F., V. e M., preparano l'attrezzatura per registrare, faccio alcune domande. Innanzitutto chiedo, curioso, come procedono i lavori per il primo album: mi rispondono che i brani sono tutti pronti a livello strutturale, sono state fatte delle registrazioni di prova e a breve comincerà la sessione che porterà al risultato finale. Questo dovrebbe vedere la luce ad aprile. Quindi mancano ancora pochi mesi prima di poter gustare il nuovo disco dei Vowels.

Mi addentro in questioni tecniche: quali sono i metodi di composizione? Prima di tutto va fatta una premessa: i componenti del gruppo vivono a distanza e hanno impegni che li portano a non potersi trovare tutti contemporaneamente al lavoro. Perciò la composizione non parte dalla presenza della totalità del gruppo né da improvvisazione collettiva. Un componente del gruppo, principalmente F., getta le basi strutturali d'un pezzo. Questa struttura viene poi portata in sala e ogni singolo musicista si occupa della parte inerente al suo strumento. M., alla batteria e percussioni, (è lui che oggi registra sotto le mie orecchie) mi rivela che è un lavoro difficile: significa studiare i pezzi a casa, poi, una volta in sala, sottoporli al gruppo e reinventarli o gettare tutto lo studio in un sol colpo di spazzola e creare qualcosa di nuovo. Spiazzante insomma. Mai prevedibile. Anche per questo difficile, ma soprattutto divertente. Le sessioni di registrazione si svolgono ogni fine settimana, il sabato e la domenica. I Vowels sfruttano questo lasso di tempo, che potrebbe spezzare il ritmo di lavoro e renderlo discontinuo, in maniera costruttiva: hanno sei giorni per riflettere su cosa hanno fatto e pianificare l'incontro successivo. È ormai un anno che stanno lavorando sul materiale che andrà a comporre il disco, come al solito in autonomia, in puro stile "do it yourself", per necessità e per virtù. La cura del dettaglio, nelle fasi di registrazione, è estrema, molto più di qualsiasi genere musicale possiate immaginare: in quattro ore di permanenza ho potuto sentire percussioni e batteria, di volta in volta trasformate, reinventate e scoperte, d'un solo minuto e d'un solo brano. E sono solo le registrazioni preliminari: una volta fissato il punto, il modo, tutto verrà rifatto un'altra volta, stavolta quella definitiva.

Rimbalzare, non battere. Tra una pausa e l'altra, tra un fraseggio di tom e uno di piatti, scopro quella che può essere la filosofia nascosta dei Vowels. Se nell'animo hanno il black metal, nella forma non ne conservano nulla. Ma è la stessa differenza che c'è tra rimbalzare sulle pelli con la bacchetta e invece battere sulla pelle. C'è chi batte, il black metal degli esecutori, di coloro che suonano un genere codificato e perciò morto, e c'è chi rimbalza, cioè chi, con gli stessi strumenti in gioco cioè pelle, bacchetta e mano che tiene la bacchetta, fa qualcos'altro, qualcosa di più raffinato: non ha la presunzione di andare a segno, di colpire, ma si mette in rapporto con la materia musicale in maniera ricettiva, capace anche di ascoltare cosa la materia dà, oltre a quello che noi vogliamo fare di lei. I Vowels non battono sul tasto morente della musica o d'un genere, i Vowels rimbalzano sulla sua superficie e così facendo generano un suono nuovo, dinamico, suscettibile di trasformazioni.

Noto all'interno della sala, su di una piccola sporgenza del muro, a fianco d'un altoparlante, un teschio con la parola "Veneto" in bocca. Così mi chiedo, e chiedo loro: che rapporto c'è tra la musica dei Vowels e il luogo che li accoglie, che li ha generati? Loro rispondono che Vicenza, il Veneto del cielo sbarrato a nubi grigie, non è un riferimento diretto e cosciente nella loro musica. Ma esso entra per osmosi, in maniera involontaria, rendendo nebbiosa, sfocata, parzialmente nascosta e parzialmente riconoscibile, l'essenza di ciò che creano, e appanna la superficie della loro musica come appanna i vetri della macchina che ci protegge, che mi riconduce alla stazione.

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Un pensiero riguardo “NELLA BOCCA DELLE VOCALI

  • 17 Febbraio 2014 in 10:23
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    Colto l’essenza vera del “suono” inteso come “tutto”. La musica del resto è, a mio parere, quella forma d’arte capace di dar voce all’anima. M.

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