VOWELS, VOCI, VICENZA, VICINANZE

Nei dintorni di Vicenza c'è il mare. Non mi crederete, ma vi assicuro che è così. Mi direte che esistono i colli Berici e la pianura. Ma io vi posso confermare: c'è il mare. E c'è una barchessa, nella quale stanno i Vowels. Nemmeno io sapevo cosa fosse una barchessa, al principio. I quattro ragazzi — tutto il gruppo nessuno escluso — hanno voluto mantenere il segreto, che lo vedessi coi miei occhi, mi hanno detto.

Ho atteso, cinque su una Seicento, senza alcuna aspettativa, per rimanere veramente sorpreso, mentre mi conducevano a lei. Poi l'ho vista: un alto colonnato in mattone rosso ad annunciare una casa colonica a due piani, probabilmente d'un secolo fa, non più in uso, forse. A fianco a questo scafo di grandi dimensioni si trova una piccola villa, del secolo passato, un giardino ben tenuto, ricco con l'acciottolato regolare, la fontanella d'acqua, le piante tropicali. I quattro mi introducono nel giardino della barchessa dismessa attraverso il cancello di ferro annerito, tra sterpi e macchinari abbandonati. Aprono una porta nella chiglia, sotto il colonnato alto, una porta di ferro chiaro. S'apre su una stanza foderata di polistirolo: una sala prova, un luogo da complotti, uno studio di registrazione, un manicomio? Nel secolo passato questa stanza mi dicono fosse adibita a studio di fotografia epigrafica. Ora è una sala isolata all'interno con pannelli scricchiolanti e colla edilizia. L'hanno costruita i Vowels, in questi ultimi mesi. Ancora necessita della corrente elettrica, ma la struttura è pronta, ampia.

Qui lavoreranno in futuro i Vowels, nella sala prove e di registrazione che è la loro esperienza di costruirla, di scrostarne i muri, di riempirli di nuovo. Di raccogliere le radici da terra e sollevarle alla luce presente. Di fronte a questa stanza, case d'americani della base militare vicina e famiglie loro, col canestro in giardino.

Dadaismo e futurismo mescolati mi dicono del loro modus operandi, oppure antidadaismo, scherzano. Per me come per loro è uno scherzo che non significa nulla, al contrario, l'attaccamento al loro mondo, ai loro luoghi ed esperienze, non culturali, è innegabile. Negare il mondo è sciocco, senza sale. Isolarsi da esso è altrettanto insapore, tanto che i ragazzi mi dicono: non ci interessa se fuori dalla stanza ci sentono, cosa molto probabile (ma la zona è tranquilla, intorno c'è molto spazio e verde). L'isolazionismo acustico è in realtà osmosi. Non è quello delle pareti bianche-psichiatriche, è quello che si getta nella realtà e la modifica, creando uno spazio nuovo. Li ammiro per questa volontà così precisa, chiara.

Confrontarsi con la realtà, gettarvi il proprio corpo. Questo inverno i Vowels suoneranno dal vivo, complice il prossimo batterista in arrivo. Un nuovo impegno, unito alla creazione di un luogo che è loro originale, li condurrà alla stagione dei freddi. Non hanno con chi spartire un confronto — forse è un bene, per come sento io — perciò con chi suonare? Che pubblico cercare d'accogliere? Poche possibilità, incerte. Soprattutto negli ambienti in cui si muovevano in passato, quelli di metallo. Necessitano anche qui di nuovi spazi e nuove relazioni, da costruire e per costruire uno spazio anche culturale, oltre che reale, che possa accoglierli. La loro volontà si muoverà in questa direzione. Spontaneo confido in questa volontà loro, senza dubbi.

Ci allontaniamo dal mare attorno Vicenza, approdiamo alla città accaldata che sbuffa, bardata di paramenti di cementi. Camminiamo per facciate palladiane incompiute, dove è l'assenza a rendere il fondamentale fascino. Discutiamo di urbanistica selvaggia e civile, di Everest e piazze rase dai bombardamenti del secolo passato, di campanili mai esatti, fin dalla nascita.

Loro hanno biciclette alla mano — partiranno per le Sicilie, o per chissà dove, quest'estate — mi accompagnano alla stazione dei treni. Riparto. Torno al mare, a Venezia, tra le barche, dopo essere stato nel ventre d'una barchessa che sta per partire. Mi accorgo che m'è rimasta, puntata come pulce, una spiga tra i vestiti.

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