Il death metal caleidoscopico: un'intervista ai Bedsore | Aristocrazia Webzine

Alla scoperta del death metal caleidoscopico: un’intervista ai Bedsore

Circa un mese fa, io e Bosj ci siamo ritrovati a Bologna al Felsina Death Fest, che ospitava un programma di assoluto rispetto con protagonisti Suffering Hour, Haunter, Bedsore, Cryptic Shift, Hateful e Skulld. In particolare, sono riuscito a intrattenermi un po’ con Stefano Allegretti e Jacopo Gianmaria Pepe, i due fondatori dei Bedsore. La band progressive death metal romana, peraltro, non è affatto nuova sulle nostre pagine: su Aristocrazia abbiamo recensito sia il loro disco d’esordio, sia diversi lavori dei Seventh Genocide, dove militano sia Jacopo sia Stefano. Con i ragazzi è uscita fuori una chiacchierata molto interessante.

Come spesso accade nelle interviste classiche, partirei dal vostro nome. Sappiamo che bedsore significa “piaga da decubito”, un nome in un certo senso che esprime sia un lato sofferente sia brutale. Voi avvertite la vostra musica come più sofferta o più brutale?

Stefano: Sicuramente più sofferta. Anche perché esprime una dimensione onirica che deriva non tanto da un carattere brutale, quanto da una sofferenza più psicologica, mentale.

Presentate in questo tour lo split con i Mortal Incarnation: siete in giro con i Cryptic Shift e vi incrociate anche con band importanti come Haunter e Suffering Hour. Che effetto vi fa? Siete carichi?

Jacopo: Siamo anzitutto contenti di tornare a suonare dopo tanto tempo. Sicuramente presentiamo il nuovo split, ma è anche vero che questo in teoria doveva essere il tour di Hypnagogic Hallucinations, che non a caso si chiama “Hallucinations From Enceladus” perché forma una crasi col titolo del disco dei Cryptic Shift. Siamo molto contenti di suonare e di proporre la nostra musica, non solo lo split ma anche l’album.

Leggevo l’annuncio dello split da parte dei Mortal Incarnation, che hanno specificato come questo lavoro fosse in preparazione addirittura dal 2019. Mi raccontate un po’ come si è sviluppata la gestazione dello split?

J: Sì, ti racconto i vari retroscena. Io personalmente ho “scoperto” i Mortal Incarnation ben prima che firmassero con Sentient Ruin Laboratories, perché loro, se ben ricordi, pubblicarono prima la loro demo digitalmente, in modo del tutto indipendente. Appena ascoltai la demo rimasi colpito dal loro sound: al tempo non eravamo ancora sotto contratto con 20 Buck Spin e non era uscito Hypnagogic Hallucinations, ma già ragionavamo sui possibili scenari futuri della band. Avevamo voglia di fare uno split con un gruppo interessante, ma che al tempo stesso fosse diverso da noi, che condividesse una “visione” più che il sound vero e proprio. Abbiamo deciso così di scrivere ai Mortal Incarnation e loro sono stati entusiasti dell’idea. Poi ci è voluto molto tempo per pubblicarlo perché prima è uscito Hypnagogic Hallucinations, con l’inserimento di 20 Buck Spin abbiamo dovuto rispettare la schedule di un’etichetta più grande. Inoltre, lavorare ai brani è stato un processo intenso, abbiamo impiegato molto tempo.

Ascoltando lo split, si può notare come avete ampliato la presenza del progressive nel vostro sound. Cosa possiamo aspettarci dai Bedsore in futuro?

J: Il pezzo nuovo può essere un “manifesto” della maturità raggiunta dai Bedsore. Per quanto ci piaccia Hypnagogic Hallucinations, ha degli aspetti ancora un po’ acerbi: sicuramente in futuro da noi ci si può aspettare qualcosa di più vicino a ciò che si sente sullo split, nel senso che si sente la voglia di dimostrare come sia maturata l’idea. In un ipotetico nuovo album, con una durata maggiore, avremo modo di diluire le idee e creare degli incastri diversi.

Tornando un attimo sul tour, è il vostro primo appuntamento importante post-pandemia. Siete stati un po’ sfortunati perché Hypnagogic Hallucinations è uscito durante il peggiore periodo della pandemia. Come avete gestito questo stop forzato, dove praticamente non avete potuto suonare?

S: Beh, intanto ne abbiamo dovuto comunque prendere atto, perché la situazione non permetteva altro. Però è stato anche un momento per prendere decisioni ponderate sulla band, c’è stato un ampliamento del sound e il conseguimento di una maggiore personalità. Diciamo che non è stato completamente un periodo negativo, anche se lo è stato per l’album, che non ha avuto modo di essere promosso come avremmo voluto, con tour e tutto. Però sicuramente ci ha permesso di maturare un’idea di gruppo ben diversa: abbiamo fatto di necessità virtù.

J: Sì, diciamo anche che il processo di scrittura dello split ha influenzato il nostro modo di suonare dal vivo, e quindi di approcciarci diversamente ai brani vecchi. Così abbiamo creato un set che è un po’ l’insieme dei Bedsore che erano, che sono adesso e che saranno. Spero che sarà interessante anche per chi conosce già il disco, avrà modo di sentire i brani sotto una veste un po’ diversa.

Notavo che nell’ultimo split avete un po’ mescolato le carte per quanto riguarda ruoli e strumenti. Ad esempio sullo split canta solo Jacopo, e che Stefano si è spostato principalmente a synth e tastiere. Lo stesso Giulio ha suonato anche il basso fretless oltre al basso normale… Avete fatto un po’ come i Krallice che sull’ultimo disco si sono un po’ scambiati i ruoli. È una scelta momentanea o pensate di mantenere questa impostazione?

J: Diciamo che anche questo è figlio di ciò che abbiamo detto. Comporre i nuovi pezzi ci ha portato anche a rivalutare le posizioni all’interno della band, focalizzando i membri in maniera migliore su uno strumento piuttosto che su un altro.

S: In un certo senso, abbiamo voluto valorizzare meglio le nostre capacità. Da lì nasce il sound definitivo: la scelta di puntare più sulle tastiere e non relegarle a un ambito marginale è figlia del fatto che ho un background più classico, da compositore, ed era giusto portare questa voce all’interno del gruppo. Allo stesso tempo, Jacopo ha una presenza scenica e una vocalità molto interessanti, ed era giusto sottolinearle. Sono scelte che sono arrivate di pari passo con l’evoluzione compositiva dei brani.

Tra l’altro, so che da non molto avete aperto un vostro studio. Intanto vorrei chiedervi se la cosa già vi ha dato frutti e soddisfazioni e su cosa avete lavorato finora. Inoltre, volevo sapere se il fatto di gestire insieme uno studio vi ha aiutato ad avere una sensibilità maggiore in termini di sound e un affiatamento diverso.

J: Questo è un argomento interessante. Anche se non è ancora ufficiale la cosa, nel senso che stiamo lavorando a un sacco di progetti, tra cui il nuovo materiale dei Thecodontion, ma lo sarà presto. Questo ha influenzato sicuramente il nostro modo di suonare e anche il nostro modo di lavorare come gruppo.

S: Ci ha dato anche un collante come musicisti di Bedsore, come persone e collaboratori. L’approccio può essere simile, ma lavorare in modo professionale al lavoro come quello di uno studio ci ha dato una marcia in più. Questo perché devi avere a che fare con varie scadenze e ti serve lavorare con una certa serietà, rispettando una schedule precisa. Poi ovviamente il progetto è ancora in cantiere, ma diciamo che le soddisfazioni non mancano.

J: Diciamo che vogliamo avere un po’ di lavori pronti prima di ufficializzare il tutto, ecco. Poi sì, lo split coi Mortal Incarnation lo abbiamo registrato nel nostro studio, mentre per quanto riguarda band esterne… Beh, diciamo che ci sono un po’ di cose in ballo, ma parliamo di dischi che non sono ancora usciti, oppure di release anonime.

A proposito di anonimato. Sappiamo che almeno uno di voi milita nei Patristic, una nuova band black-death metal romana che vede anche la partecipazione di membri degli Hideous Divinity, anche se non è stato rivelato ufficialmente di chi si tratta. Quanto è difficile tenere nascosto un progetto che prevede l’anonimato nell’era di internet e in particolare nel 2022?

Senza esporci su chi di noi fa parte dei Patristic, siamo entusiasti di questo nuovo progetto e facciamo i nostri migliori auguri ai membri dei Bedsore che ne fanno parte. Sicuramente è molto difficile mantenere l’anonimato al giorno d’oggi, specie quando all’interno della scena underground ci si conosce un po’ tutti. Poi a livello internazionale è più facile mantenere il mistero da questo punto di vista.

Voi nel complesso siete una band giovane perché avete solo tre release, però siete già su una label importante come 20 Buck Spin. Vi siete mai chiesti se potete fare un salto di qualità ulteriore, arrivando a firmare con una major, o piuttosto pensate solo a fare musica e poi “quello che viene, viene”?

J: Lascerei rispondere Stefano, ma voglio dare un incipit: noi in generale il fare musica lo prendiamo come una necessità.

S: Sì, diciamo che non deve corrispondere per forza a un risultato. Poi, come tutte le cose, si cerca di fare le cose con professionalità e se arrivano risultati di un certo tipo ben venga. Sicuramente è nel nostro interesse lavorare al livello più alto possibile. Anche perché non sempre si riesce a ottenere risultati, poi in quel caso subentra la frustrazione.

J: Diciamo che non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo vero, cioè la musica. Non ha senso impelagarsi in un discorso di etichette, di arrivismo… arriveresti a non godere più di quello che fai.

A che punto siete per un eventuale secondo album dei Bedsore, e cosa bolle in pentola per il futuro anche dal punto di vista live?

J: Siamo sempre più presi dalla cura dei dettagli e questo sta dilatando i tempi. Lo split ha avuto una fase di gestazione praticamente di tre anni, però siamo contenti della direzione che sta prendendo la musica per cui continueremo a lavorare in questo senso.

S: Al momento abbiamo molte idee che vanno assemblate, cosa che necessiterà di un po’ di tempo, come è stato per lo split. Non abbiamo fretta, anche perché vogliamo valorizzare il materiale al massimo.

J: Per darti un’indiscrezione, a livello di songwriting abbiamo qualcosa come un’ora e mezza/due ore di musica. Il problema è che quello che a noi richiede tantissimo tempo è la fase di arrangiamento e produzione.

S: Anche perché da lì inevitabilmente ricadi nel comporre altro, e da questa fase deriva una seconda scrematura. Diciamo che è un circolo virtuoso che si allunga sempre di più. Non è che i pezzi scremati vengano però scartati: possono risultare semplicemente non idonei al linguaggio musicale di quel momento specifico. Non è detto che scompaiano, magari vengono ripresi a distanza di tempo, ma non c’è una vera progettualità su questo. Nel complesso, comunque, cerchiamo di dare dignità a ogni cosa che scriviamo.