GOJIRA – From Mars To Sirius
Correva l’anno 2005 e i Gojira, quartetto francese proveniente dalla ridente Bayonne, entrava nel roster dell’etichetta transalpina Listenable Records, pochi anni dopo l’uscita del discreto The Link, cd che già lasciava intravedere le ottime potenzialità del gruppo, ma che peccava di immaturità e che soprattutto era segnato da una registrazione troppo poco raffinata per poter mettere in evidenza le reali capacità dei Nostri. Primogenito della suddetta collaborazione sarà From Mars To Sirius, disco deflagrante che porterà i ragazzi alla ribalta, grazie all’originale proposta: un’azzeccata commistione di death e thrash nel senso più moderno, dispari e post- dei termini. La strabiliante capacità di inanellare una serie di produzioni altamente qualitative anche negli anni successivi (The Way Of All Flesh e l’ottimo, recente L’Enfant Sauvage) completerà poi l’opera, accrescendo in poco tempo notorietà e fanbase, tanto da portarli a diventare una presenza fissa da protagonista nei più importanti festival europei. Ma torniamo in tema.
L’attacco è spiazzante, insospettabilmente lento, monolitici riff post-hardcore rivoltano l’ascoltatore come il proverbiale calzino, Mario Duplantier martella con perizia e incisività la sua batteria, accompagnato dalla sgraziata voce del fratello Joe, con cui forma il vero asse portante della band. Infinita è la distanza che fin da subito si nota con le produzioni precedenti, i suoni sono curati in maniera maniacale, le chitarre sono gigantesche e generano distorsioni estreme che tuttavia, grazie ad un mixaggio perfetto, non coprono gli altri strumenti ed anzi lasciano emergere ogni beat della batteria con una nitidezza rara. I massi in caduta libera di “Ocean Planet” lasciano il posto a “Backbone”, pezzo storico e spezzaschiena per eccellenza, in cui un enorme riff ciondolante e midtempo lascia spazio a una sfuriata le cui vibrazioni vanno dal black metal più feroce fino a sconfinare nel grindcore. Se volete battere i piedi a terra, come suggerisce Joe, è il momento giusto. Proseguiamo nel viaggio e le terzine disegnate dalle sei corde si intrecciano sui quattro quarti della batteria e diventano protagoniste nelle strofe di “From The Sky”. Da applausi la variazione centrale nella seconda metà del brano, in cui emerge tutta la capacità della band di creare momenti di melodia del tutto inattesi, ma sempre ispirati.
A seguito dei brevi arpeggi di “Unicorn”, essenziali per recuperare la mobilità del collo, il disco si dipana in una serie di brani altrettanto azzeccati, come “Where Dragons Dwell”, una granitica canzone di oltre sette minuti, di dura digestione, però al tempo stesso di grande spessore ritmico, in cui le trame di Mario si ripetono ossessivamente senza che si sciolga mai la tensione fino alla fine del pezzo, che, per inciso, viene incalzata da uno dei veri nodi compositivi del disco. “The Heaviest Matter Of The Universe”, nomen omen, è una di quelle composizioni che il collega LordPist definirebbe laconicamente come: «le mazzate» (e non penso sia mai stato coniato un modo migliore per descriverla). In essa un riffing magistrale e pesantissimo rade al suolo ogni possibile maceria ancora superstite con il suo andamento sbilenco e aritmico. “Flying Whales” poi riporta equilibrio, mettendo in luce le influenze più classicamente progressive del quartetto: strofe in sette quarti e ritmiche dispari distruggono e ricostruiscono il brano che si rivela uno dei più variegati del lotto, nonché fonte d’ispirazione per la splendida copertina.
Ci si avvicina all’ultimo terzo del disco con “In The Wilderness”, sintetizzabile come un “The Heaviest Matter Part II”, e “World To Come”, traccia di grande impatto per i suoi ascendenti settantiani, un unicum all’interno della scaletta. Segue l’accoppiata inscindibile composta da “From Mars” e da “To Sirius”: la prima metà composta da un susseguirsi di arpeggi accompagnati da strofe appena sussurrate in contrasto con la seconda, in cui tornano protagonisti i cambi di ritmo dettati da una batteria ancora una volta decisa e convincente che scandisce una sezione centrale brutale. Chiude “Global Warming”, brano di oltre sette minuti in cui emerge il tema ecologista, da sempre caro alla band e che a livello musicale si reifica in una cascata sonora in costante tapping che lascia a tratti spazio alle ultime bordate distorte.
Un disco magistrale, grezzo, ma al tempo stesso complesso, che, al di là dei giusti entusiasmi che susciterà il suo successore, possiede dal canto suo una spontaneità e una indescrivibile capacità di colpire l’ascoltatore visceralmente che lo rendono, a mio avviso, quanto di meglio prodotto a oggi dai Gojira, nonché una delle più prelibate uscite da inizio millennio ad oggi.







