MONGOL – The Return

Gruppo: Mongol
Titolo: The Return
Anno: 2018
Provenienza: Canada
Etichetta: Sliptrick Records
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TRACKLIST

  1. Prophecy Of The Blind
  2. The Return
  3. Sacrificial Rites
  4. Takhil
  5. Amongst The Dead
  6. To The Wind
  7. Dschingis Khan
  8. The Mountain Weeps
  9. River Child
  10. Warband
DURATA: 45:06

Senza far rientrare nell’equazione l’intervento di Euterpe, o delle muse in genere, desta certamente curiosità un gruppo di sei musicisti del Nuovo Mondo che sceglie come protagonista della propria musica un personaggio tanto lontano nel tempo e nello spazio come Genghis Khan. Nel terzo album dei Mongol, formazione di Devon, Alberta, viene infatti narrato del ritorno sulla Terra del condottiero mongolo e del suo tentativo di riunire sotto il proprio comando l’impero tanto vasto e imponente di un tempo.

La formula utilizzata è un death-folk metal che ben si addice allo scopo, incarnando lo spirito combattivo del famoso personaggio, così come l’attaccamento alle tradizioni della propria terra, richiamate grazie all’ausilio di strumenti folkloristici. In una forma maggiormente rifinita e, a mio parere, più ispirata di quella messa in mostra nel precedente Chosen By Tengri, con la terza prova in studio i Mongol costruiscono l’ideale colonna sonora per la ricomparsa del Khan dei Khan. Il livello medio delle composizioni si dimostra di tutto rispetto, alternando brani diretti e aggressivi ad altri più ragionati e dal gusto orientale. L’uso particolare che i Nostri riescono a fare del banjo, poi, richiama da vicino il suono del più esotico Shudraga, donando un sapore del tutto particolare alle sezioni che lo vedono coinvolto.

Non lasciatevi, però, trarre in inganno da quanto detto fino ad ora; se dai dieci brani che compongono The Return escludessimo la componente folk, avremmo comunque tra le mani 45 minuti di melodeath godibile e ben composto. Brani come l’aggressivo “Amongst The Dead” e l’epico “The Mountain Weeps” sapranno coinvolgervi e ghermire la vostra immaginazione. Non mancano, tuttavia, episodi meno felici come il ruffiano “Dschingis Khan”; riproposizione in chiave metal del brano che ha reso celebre negli anni ‘80 l’omonima band russa (date un occhio al video originale per farvi due risate, puro trash europop d’annata). Un’operazione che si pone sulla scia di quanto fatto ai tempi dai Turisas con la cover di “Rasputin”, per un risultato fin troppo simile.

Al netto di questo calo di stile, in The Return troviamo, comunque, tante buone idee che riescono a mettere in luce il giusto bilanciamento raggiunto tra le due componenti che animano la band canadese. Nota di merito da assegnare anche al lavoro svolto da Dusty Peterson al quale si deve la bella copertina, degno coronamento di un album non scontato. Se l’ormai abusata commistione tra metal e folk farà storcere il naso a molti, in questo caso consiglio di concedere il beneficio del dubbio a The Return. Una variazione sul tema che potrebbe stupirvi.

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