REAVER – Corvus

 
Gruppo: Reaver
Titolo:  Corvus
Anno: 2010
Provenienza:  Canada
Etichetta: Autoprodotto
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TRACKLIST

  1. God Weapon
  2. Duality Exposed
  3. Disappearing Act
  4. Wither And Fade
  5. Barricade
  6. Unholy Justice
  7. The Mute Harbinger
  8. Inverted Coma
  9. Corvus
DURATA: 53:000
 

In attività dal 2008, giovane quindi di nascita, la formazione dei Reaver rilascia il proprio debutto intitolato "Corvus" nel 2010. I canadesi sono fautori di un death metal melodico multisfaccettato che pesca nelle epoche passate del genere, ma non privandosi giustamente di guardare anche al presente. È un disco che ha nel made in Sweden la sua base portante, si percepiscono più volte le influenze di In Flames e Dark Tranquillity così come quella dei finnici Insominium e di nomi sicuramente ve ne verrano in mente altri durante la sessione d'ascolto. Fortemente heavy addicted, in certi casi non ha paura di tirar fuori lo scheletro maideniano con fraseggi di chitarra degni di Harris & Co. e puntare sul groove quando se ne sente il bisogno.

Un album che è proprio sul lavoro delle sei corde fa grande affidamento, sono infatti le chitarre a imbastire un riffing vario e condito da melodie che vedono incrociarsi o sovrapporsi nelle fattezze dando vita a pezzi dal sentore classico, tuttavia che al tempo stesso sfoggiano un piglio moderno, n'è già esempio la traccia posta in apertura "God Weapon" in cui è presente sul finire anche una breve ritmica in stile marcia. Con una "Disappearing Act", episodio che per più punti ricorda Stanne e socì sia nel periodo "The Mind's I" che in quello successivo "Damage Done", la malinconia espressa attraverso note dolciastre, ma non melense compie il suo dovere, raggiungendo il proprio apice nello sfogarsi della solistica.

Le ritmiche sinora quasi mai sostenute viaggiano su onde tese più a far affrontare l'ascolto da un punto di vista emozionale che da quello del puro ed elementare scontro tanto che l'introspettivo strumentale "Wither And Fade" continuerà a battere tale sentiero, mentre un minimo di veemenza riemerge in "Barricade", canzone nella quale la spinta diventa più prominente e s'incattivisce.

In alcuno momenti ho avuto la strana sensazione di avere a che fare contemporaneamente con due dischi di periodi diversi, mi spiego, il riffato rimanda in più occasioni agli anni Novanta, le basi invece di frequente improntate, soprattutto la cassa, al groove e non dinamicamente varie quanto potrebbero sembrano in certi frangenti stridere come se mancasse l'amalgama fra le componenti, questa percezione è andata via via affievolendosi, non scoparendo mai del tutto, dopo vari passaggi nello stereo.

Non è assente la voglia di arrivare senza troppi giri di parole in una "The Mute Harbinger" derivante un po' dalle evoluzioni altamente fruibili legate al nome Soilwork, ritornello da canticchiare e struttura alquanto lineare con l'unico neo che nel ripetersi più volte potrebbe annoiare, spirito inverso quello che traspare da una "Inverted Coma" ficcante sin dalle note d'ingresso e che smorzerà i toni portandoli a ricalcare quanto già proposto in antecedenza solo nella seconda parte, lasciando così l'ultimo vagito, "Corvus", il mostrare d'esser in possesso sia d'adrenalina da riversare sull'ascoltatore che una parvenza di riflessività capace di prendere ampiamente le distanze dal panorama estremo.

I Reaver offrono quindi una prestazione generale di buon livello con il cantante Brandon Reynolds che alle volte indiavolato ricorda Randy Blithe dei Lamb Of God e che non molla la presa, riescono a offrire spunti interessanti — gli ingressi di chitarra acustica, le brevi epiacevoli inserzioni di piano, l'additivo heavy usato in maniera coerente e melodie che tentano di andare per vie non troppo praticate — che se elaborati con maggior attenzione potrebbero ulteriormente favorirli nel prossimo futuro.

C'è da dire che il settore melodico è ormai saturo ed è alquanto complicato ritagliarsi uno spazio al suo interno, dal canto loro i Reaver hanno la fortuna di esser leggermente fuori dalla canonica esecuzione non essendo né catchy da classifica pop nè sputtanatamente un clone, essendo altresì capaci d'attingere da più fonti. Mi sento quindi di consigliare un lavoro come "Corvus" agli appassionati del genere in toto, confermando la validità di questa prima prova.

 

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