WIDOWS – Death Valley Duchess
I britannici Widows si erano fatti notare con l'ep "Raise The Monolith" nel 2010, sono trascorsi due anni da quella prima e ancora rozza uscita e abbiamo finalmente un album che ne segna il debutto: "Death Valley Duchess".
Se parlare di influenze inevitabili e note è una questione comunque tirabile in ballo in tutti i settori musicali, il fatto che siano nomi quali Clutch, Down, Kyuss e Truckfighters a fornire un'impronta ben delineata e più matura al suono del quartetto — composto da Adam Joliffe alla voce, James Kidd alla sei corde, Steve Mellor dietro le pelli e Rob Stringer a seguirne l'andare col suo basso — non può essere che di pieno gradimento per gli appassionati dello stoner nel quale la componente groove e hardcore si combinano, sprigionando una carica di impatto notevole e un'energia infettiva.
Il gruppo non ci riserva grosse sorprese, c'è però tanto di che ascoltare, iniziando dall'accoppiata introduttiva formata da "Green Tsunami" e "Goat Lab", che come una bella sventola dall'alto numero di ottani tende a infuocare l'atmosfera. I brani sono per lo più concisi e diretti, sfruttano le fasi lievemente mollate per aumentare l'intensità del groove e incrementare l'intensità attraverso i buoni solismi di James.
I cardini sui quali è imperniata la prestazione sono semplici, la resa dei pezzi è alcolica e accattivante, più alzi il volume e più ti ritrovi in buona compagnia. "Fück Knückle" e le altre due canzoni al tempo inserite nell'ep, "Kiss Of Failure" (decisamente la più ruvida e stridente del lotto) e "Whores Of Babylon", sembrano aver acquisito corposità e guadagnato definizione, grazie a una produzione odierna molto più incisiva per ciò che riguarda l'intelligibilità dei suoni, mentre "Truckules" offre un Adam praticamente perfetto nel travolgere l'ascoltatore con il suo cantato.
Si è deciso di spingere, di optare in sequenza, anche continua, sulla muscolarità di una scaletta che pare non perdere colpi. Il reparto ritmico è una garanzia con Steve e Rob che ingranano alla grande soprattutto nei momenti più serrati, vi è però una svolta, minima, ma interessante, a partire da "Something For Deities" e che si prolunga in "Parentheses", concludendosi nell'abbraccio violento e atmosferico della traccia che porta il titolo dell'album. C'è una percezione psicotica e ambientale diversa, la mascolinità della prestazione non ne risente affatto ed è una variante che potrebbe essere ulteriormente presa in considerazione, per apportare modifiche e offrire qualche escamotage che ne devii il corso compositivo, evitando la riproposizione delle più classiche soluzioni comunque di per sé bene accette.
La formazione sta crescendo, i Widows sono proprio sulla strada giusta e "Death Valley Duchess" è la riprova che quella materia ancora grezza nell'esordio "Raise The Monolith" avrebbe avuto in futuro un sequel di tutt'altra pasta. Lo so che la lista delle band da tenere in testa e comprare è ormai divenuta talmente lunga da poter intasare qualsiasi mente, non potete però perdervi per strada la musica di questi inglesi. Vi suggerisco quindi di fare l'ennesimo nodo al fazzoletto o quant'altro e di acquistare una copia di "Death Valley Duchess", dischi così trovano sempre lo spiraglio adeguato per finire in collezione, e ci mancherebbe pure!



