SVNTH – Pink Noise Youth
Dopo averli incrociati l’estate scorsa a Francavilla al Male, torniamo a parlare dei SVNTH — precedentemente Seventh Genocide — a un mesetto dall’uscita del loro nuovo album, Pink Noise Youth. Il seguito di Spring In Blue ha un valore particolare, all’interno della discografia del progetto capitolino, per più di un motivo. Da un lato, rappresenta il secondo capitolo di una trilogia dei colori iniziata proprio con l’album del cambio nome, nel 2020. Dall’altro, invece, è il primo senza i chitarristi Stefano Allegretti e Jacopo Pepe; attivi entrambi, fra le altre cose, in Bedsore e Night Gaunt.
A ricoprire oggi i ruoli lasciati vacanti dai due Bedsore ci pensano Alessandro De Falco e Jacopo Fagiolo. Quest’ultimo, però, pare sia arrivato in formazione a registrazioni già compiute, tant’è che a occuparsi di Pink Noise Youth sarebbero stati solo De Falco (responsabile anche di registrazioni, mix e produzione), il fondatore del progetto Rodolfo Ciuffo, Valerio Primo (membro tra gli altri anche di Badfeeling, Clactonian, Thecodontion e Verano’s Dogs) e Alessandro Canzoneri.
Tra blu primaverile e rosa scrosciante, sono due i parallelismi che mi vengono in mente. Il primo, più superficiale, è quello legato alla pittura e ai periodi blu e rosa di Picasso, quello più cupo e malinconico da un lato e quello più terreno dall’altro. Il secondo, forse un po’ troppo tecnico, rimanda invece alla fisica, con il rumore rosa e il suo opposto, il rumore blu. E, pur senza poterne essere certo, credo che Pink Noise Youth abbia davvero in sé un po’ dell’una e un po’ dell’altra lettura.
Il quarto album dei SVNTH arriva dopo un lustro di quasi totale silenzio e con un’intenzione molto più solare del suo predecessore. A parte il semplice fatto che, qua e là lungo la scaletta di Pink Noise Youth, Rodolfo ha tirato fuori anche il sitar, ma i suoi trentasette minuti sono complessivamente i due terzi di Spring In Blue. Un approccio molto meno macchinoso e molto più immediato, dunque, è stato scelto per questo lavoro, la cui traccia più lunga (“Elephant”) dura tanto quanto “Wings Of The Ark”, ovvero la più breve del disco del 2020 (escludendone l’apripista strumentale).
Titoli più concisi, tematiche che ritornano su un’attenzione più all’urbano e al personale e meno al filosofico fanno la differenza. Anche gli arrangiamenti di Rodolfo, a eccezione degli assoli di chitarra su “Elephant”, “Exhale” e “Nairobi Lullaby” firmati da De Falco, tendono verso un post-rock/metal più luminoso e avvolgente, sebbene non manchino di aggressività e dei tratti caratteristici di un certo tipo di black. Il suono vibrante del sitar si armonizza benissimo con le pennellate di questo nuovo quadro, su cui il ruvido delle voci sporche e le ombreggiature delle voci pulite disegnano chiaroscuri che si sposano a meraviglia tra le aperture atmosferiche e le spinte in skank beat.
Alcest, Deafheaven, Violet Cold, Sadness: c’è un po’ di tutti loro sia tra le righe dei SVNTH che sulla copertina di questo Pink Noise Youth, su cui posa una modella avvolta da LED che sanno quasi di cyberpunk — per non dire cyberpink. L’ultima offerta al malessere della creatura nostrana, insomma, si inserisce in uno spaccato post- ancora una volta a metà tra rock e metal nel migliore dei modi possibili.





