Ulver - Flowers Of Evil

ULVER – Flowers Of Evil

Gruppo:Ulver
Titolo:Flowers Of Evil
Anno:2020
Provenienza:Norvegia
Etichetta:House Of Mythology
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TRACKLIST

  1. One Last Dance
  2. Russian Doll
  3. Machine Guns And Peacock Feathers
  4. Hour Of The Wolf
  5. Apocalypse 1993
  6. Little Boy
  7. Nostalgia
  8. A Thousand Cuts
DURATA:38:01

Ho aspettato di averlo in mano, Flowers Of Evil, prima di ascoltarlo, perché come sempre per essere assimilato un album degli Ulver necessita non soltanto di tempo, ma anche di contestualizzazione. Il primo punto degno di nota è che l’uscita di Flowers Of Evil è accompagnata dalla pubblicazione di un libro di oltre trecento pagine fitte fitte, piene di foto e conversazioni con la band, che porta l’eloquente titolo di Wolves Evolve, in cui la formazione di Oslo fa il punto della situazione e si racconta senza troppi filtri.

Poi c’è un’altra premessa importante da fare, legata come sempre alle persone alle spalle del lavoro. Nella formazione ufficiale di questo disco compaiono solo Garm, Ylwizaker, Sværen e Halstensgård, quest’ultimo ormai ufficializzato come membro permanente dopo quasi un decennio di comparsate e di partecipazioni da esterno; rispetto al recente passato quindi non c’è traccia di Daniel O’Sullivan, ex-Sunn O))) e compagno di Rygg anche negli Æthenor. C’è invece la solita pletora di collaboratori più o meno noti e più o meno stabili: Anders Møller continua a occuparsi delle percussioni come al solito da Wars Of The Roses in poi, Stian Westerhus fa lo stesso alla chitarra e Ole-Henrik Moe torna agli archi. Nella lunghissima lista di ospiti, ben dieci, spicca poi il nome di Christian Fennesz, che partecipa al primo brano e torna sul luogo del delitto dopo ben tredici anni (il chitarrista austriaco aveva già collaborato in studio con i Lupi su Shadows Of The Sun).

Fatta un po’ di ricostruzione sul personale incaricato, la musica: Flowers Of Evil è l’album degli Ulver più simile a un altro album degli Ulver di tutta la carriera degli Ulver. Se The Assassination Of Julius Caesar aveva stupito un po’ tutti sia per la direzione intrapresa dal gruppo di Oslo che per la sua qualità, il suo successore è a tutti gli effetti un more of the same, che quindi per forza di cose non sorprende più né in un senso né nell’altro. Beat e sintetizzatori sono ancora tutti lì, la tavolozza di colori è esattamente la stessa di tre anni fa, il pattern di suoni non è cambiato di una virgola. Synth pop ottantiano, figlio dei Depeche Mode e delle produzioni disco più cristalline, ma dagli umori molto cupi e tenebrosi. La bravura degli Ulver nel dare forma ai suoni e nel dare voce alle proprie visioni è assolutamente fuori discussione, ma stavolta l’approccio alla materia è stato decisamente più concettuale che in The Assassination…: in tutto Flowers Of Evil non c’è un ritornello che sia uno, le strutture delle canzoni non sono mai circolari né ripetitive e i testi fluiscono in modo sostanzialmente libero, al limite dello spoken-word. Ci sono beat ripetuti ossessivamente, alcuni più incalzanti e altri più blandi, ci sono tappeti sintetici che ritornano, ma tutto scorre liberamente, senza una struttura chiaramente individuabile.

Brani in tempi medi come “Russian Girl”, il primo singolo, si alternano a episodi più lanciati e danzerecci come il successivo “Machine Guns And Peacock Feathers”, ma tutto il repertorio è ancora una volta figlio di dubbi, angosce, ossessioni e incubi. Il testo di “One Last Dance” sembra più una dichiarazione di intenti che il racconto di un episodio specifico: «We have seen the burden God has laid upon the human race / […] / We are wolves under the moon / This is our song / We have loved and we have lost / We’re ready to go / Oh, one last dance / In this burning church». Se non fossi sicuro del contrario, direi quasi che gli Ulver sono pronti a sciogliersi, tuttavia è più probabile che parole del genere significhino che la band è pronta ad abbandonare anche i territori della musica pop. Staremo a vedere quali vesti indosseranno i Lupi in futuro, nel frattempo c’è tutta una serie di drammi e disgrazie che si apre davanti a me: da un amore proibito finito in tragedia (“Russian Doll”) all’assedio di Waco del 1993 in cui persero la vita ventitré bambini (“Apocalypse 1993”), il divertimento rimane anche stavolta andare a scoprire i significati e i riferimenti di cui Rygg e compagni infarciscono i singoli brani.

Al netto della citazione diretta di Baudelaire nel titolo dell’album e del fotogramma di La Passion De Jeanne d’Arc utilizzato come copertina, nel libretto il testo di ogni canzone è accompagnato da una specifica fotografia dalle origini più disparate: la Russian doll è impersonificata da una foto della (credo) nonna di Garm del 1920, mentre “Hour Of The Wolf”, nonostante il titolo bergmaniano, è rappresentata da un fotogramma di Les Yeux Sans Visage, capolavoro dell’horror francese del 1960. Poi una foto del Mount Carmel Center di Waco durante l’incendio (per “Apocalypse 1993”, appunto), un fungo atomico (“Little Boy”) e addirittura un fotogramma di Mel Gibson da Mad Max 2 (“Machine Guns…”). A “Nostalgia” segue invece una foto, anche questa del 1928 come il film in copertina, di Praia do Monte Estoril, una delle spiagge fuori Cascais, dove Garm ha passato l’infanzia negli anni in cui il padre era impiegato in Portogallo.

Le citazioni, tanto personali quanto di cultura pop, si sprecano, e alla fine di “A Thousand Cuts”, il brano più delicato e intimo del lotto, rimango con sentimenti contrastanti: da una parte la delusione di non essere stato stupito dagli Ulver per la prima volta in un’intera carriera, dall’altra la soddisfazione di avere per le mani un altro album che richiede attenzione, quasi dedizione, per essere apprezzato appieno.

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