AKVAN – Forgotten Glory
Shaytan Productions ci ha abituato a un certo tipo di uscite: di ultranicchia, ultralo-fi, ma soprattutto mediorientali. Forgotten Glory non fa eccezione, e ci permette di fare la conoscenza di Akvan, progetto gestito dal solo polistrumentista Vizaresa, da Tehran.
La capitale dell’Iran non è certo uno dei primi punti del mappamondo a venire in mente quando si parla di black metal, ed è ovviamente ciò il motivo di maggiore interesse verso l’ennesima fotocopia dei Marduk. Il contenuto non è molto diverso da quello proposto dal 98% delle formazioni black metal che registrano in cantina, salvo un elemento fondamentale: l’aggiunta di elementi folk. Che, nel caso di una band iraniana, significa soprattutto un sacco di oud. Il risultato è assolutamente particolare e affascinante, e permette a Forgotten Glory di passare da album appena discreto a un vero e proprio unicum, perché del black metal così non l’hai mai sentito.
È certamente inevitabile d’altra parte che il paragone vada poi a finire sui Melechesh, che tutto questo l’hanno inventato, ma qui non siamo a Gerusalemme, siamo a Tehran, o quantomeno, tutte le informazioni ufficiali riportano la residenza di Akvan in Iran, anche se da un’intervista del 2015 Vizaresa diceva di essere nato negli States da genitori iraniani e di essersi recentemente trasferito a Dubai. E a Tehran il black metal, con tutte le implicazioni religiose che si porta appresso, non deve essere particolarmente apprezzato. A Dubai probabilmente neanche, ma di certo la soglia di tolleranza sarebbe ben più alta.
Vizaresa sembra quindi in aperta dissidenza con la sharia e con Dio, tuttavia non le manda a dire neanche all’altra parte, visto che il nono brano si intitola “IR 655”, certamente un rimando alla strage del volo Iran Air 655 operata da una nave militare a stelle e strisce. Tutto questo, di nuovo, mescolando in modo naturalissimo il black metal e l’oud, registrando suoni freddissimi ed essenziali (non c’è nessuna produzione indicata nel libretto, e se non fosse per il fatto che si tratta di una one man band non mi stupirei se l’intero disco fosse stato registrato in presa diretta) e infondendo alla musica un’anima moderna e sovversiva insieme a una risalente e fedele alla tradizione. Non solo: vale anche la pena sottolineare come Forgotten Glory sia un buon disco anche dal punto di vista prettamente musicale, con riff efficaci e di buon gusto e addirittura cose che a tratti ricordano degli assoli (“Tabaristan”, che prende il titolo dall’antico nome di una provincia dell’Iran settentrionale) e cavalcate thrash (“Fire And Steel”).
Dopo la conferma dei Lelahell e addirittura un best of degli Al-Namrood, la cultura araba si fa ancora più presente in questo mondo troppo a lungo riservato all’occidente. Per provare qualcosa di davvero nuovo, in questi tempi difficili, devi cominciare a guardare a latitudini diverse. Tra le sabbie qualcosa sta prendendo rapidamente forma.

