JOYLESS – Wisdom & Arrogance

Gruppo:Joyless
Titolo:Wisdom & Arrogance
Anno:2000
Ristampa:2018
Provenienza:Norvegia
Etichetta:ATMF
Contatti:Facebook
TRACKLIST

  1. Divine
  2. Close To God
  3. Stand
  4. Isn’t It Nice
  5. The Nails
  6. Transpire
  7. Why Should I Cry?
  8. Trust Endorse
  9. Room Of Velvet Splendour
  10. Ingenting
  11. Vinternatt
  12. Stalingrad
DURATA:47:00

Dimessi, schivi per non dire sdegnosi, i Joyless sono l’ultima forma che il duo Berland-Vedaa ha dato al proprio male di vivere. Non paghi dell’esperienza Forgotten Woods, messa da parte almeno fino a Race Of Cain (2007), gli svogliatissimi ragazzi di Etne e Ølen (contea di Hordaland) qui scarnificano il suono già abbastanza spoglio della band d’origine. Il debutto Unlimited Hate (1996) si muoveva ancora in territori black metal, ma anticipava l’evoluzione ai limiti dello slowcore che troviamo in Wisdom & Arrogance. Uscito per la svedese Selbstmord Services nel 2000, il secondo album dei Joyless rientra nell’ambito della meritoria opera di ristampa portata avanti dalla nostrana ATMF, che prosegue il lavoro iniziato proprio con la riedizione dei dischi dei Forgotten Woods dei quali abbiamo già parlato sulle nostre pagine.

Arricchito da tre tracce pubblicate su uno split coi Woods Of Infinity e dal flemmatico racconto track by track di Rune Vedaa, il digipak di Wisdom & Arrogance si presenta anche con una nuova veste grafica, bella ma forse troppo barocca per la musica scheletrica dei Nostri, i quali si affacciano alle porte del terzo millennio senza Thomas Torkelsen ma con Ida Hellebø alla voce. Il graduale cambio di rotta verso sonorità più blande, a cavallo fra i softrockers norvegesi Jokke & Valentinerne e i Velvet Underground (!) non è comunque meno straniante, considerati i trascorsi firmati Forgotten Woods; le melodie catchy di “Divine” e di “Stand”, per esempio, o la voce graffiante di Ida aprono squarci di luce violacea su uno sfondo grigio fumo, che si illumina ulteriormente nell’ispiratissima “Why Should I Cry?”, lisergica e al tempo stesso analisi consapevole del male che ci portiamo appresso fino alla fine (quella vera). Il disco soffre una certa disomogeneità, frutto essenzialmente dello scazzo complessivo che ne ha caratterizzato la lavorazione — protrattasi per ben quattro anni — e della scarsa continuità offerta da Rune Vedaa, che nelle note di accompagnamento parla del suo coinvolgimento marginale e dei tempi biblici trascorsi tra una prova e l’altra.

Il risultato complessivo, per assurdo, è comunque più che buono. I Joyless (e prima ancora i Forgotten Woods), infatti, hanno trasformato il tedio e la loro nausea per la vita in un’arte che funziona, perché è sincera e disinteressata come le ultime righe firmate da Vedaa: «Godetevi i Joyless, se ci riuscite. La cosa ci lascerà indifferenti». Saggezza e arroganza, in sintesi.

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